A poche ore dalla pubblicazione del Rapporto Iarc (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul cancro) le cui conclusioni mettono nero su bianco quanto una esigua e visionaria parte della classe medica sosteneva già da anni, assistiamo-attraverso i media nazionali e perfino locali- a una prevedibile e strafottente alzata di scudi da parte di "eminenti" oncologi, nutrizionisti e portavoce di associazioni di categoria.
Uniti e compatti contro ogni forma di allarmismo, dicono.
In rete la notizia fa il giro delle testate giornalistiche e dei blog di ogni tipo, assumendo sfumature grottesche.
La Stampa riporta di come a Torino siano già diminuiti "i consumi di carne rossa". Il sottotitolo è : "Assomacellai: «Sbagliato generalizzare». Pronta una campagna di informazione".
Confesercenti rilancia: vendite già in calo del 20% (fonte: Il Sole 24 ore)
In Abruzzo ci si chiede : "dobbiamo preoccuparci anche degli arrosticini?" Niente paura, perché "se parliamo di grigliate non è la carne che fa male - afferma Filippo Rubei direttore della sezione aquilana della Confederazione italiana degli agricoltori (CIA) - ma il grasso che scola sulla brace calda e che produce benzene. Insomma bisogna fare attenzione al tipo di cottura quando si usa la brace. "
Unicarve, Associazione Produttori Carni Bovine del Triveneto parla di "Vera Follia. Noi siamo garantiti dal marchio di qualità verificata".
Con grande e lucida obiettività arrivano ad aggiungere che "ci sono importanti interessi che cercano di favorire altri alimenti".
Sarà senz'altro la temuta lobby della quinoa, o forse qualche multinazionale dei legumi.
Scende in campo la romantica figura del "macellaio-poeta" che con un "no agli allarmismi, viva la ciccia" rinfranca il nostro animo di consumatori smarriti.
È tutto sotto controllo dunque.
Anzi: tutto DEVE essere sotto controllo.
La catena di smontaggio non può fermarsi, neanche di fronte all'Organizzazione mondiale della Sanità.
La frase di Upton Sinclair (1878-1968) è ancora una volta- e più che mai- attuale : "Quello che gli industriali volevano da un maiale era tutto il profitto che riuscivano a spremere; ed era esattamente quel che volevano dall'operaio, come pure dal consumatore. Quel che pensava il maiale, quando soffriva, tutto ciò non veniva preso in considerazione, e lo stesso valeva per gli operai o per chi acquistava in seguito la carne.
Il Trust della Carne era l'incarnazione dell'Avidità cieca e insensibile, il Mostro insaziabile dalle mille fauci, il Grande Macellaio, il simbolo dello spirito stesso del capitalismo".
Essa ben riassume e contestualizza ciò che sta avvenendo ed è già- di per sé- un commento eloquente.
Quanto a queste prime violente reazioni alle dichiarazioni dell'OMS, riteniamo meritino di essere prese in considerazione e non sottovalutate; non è nostro compito né interesse occuparci degli aspetti salutistici della questione, ma riteniamo doveroso porre l'attenzione su quanto sta accadendo per denunciare la connivenza - che c'è sempre stata, ma che ora appare in modo più che mai eclatante - delle istituzioni, del Ministero della Salute e degli organi di informazione, asserviti a questo sistema di smembramento dei corpi, delle vite.
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martedì 27 ottobre 2015
Il Trust della Carne
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lunedì 13 luglio 2015
Video interviste al SOAVeg 2015
SOAVeg è il primo festival vegano antispecista della provincia di Verona, tenutosi a Soave il 3/4/5 Luglio 2015; esso nasce dal desiderio di diffondere nella provincia di Verona il pensiero vegano antispecista.
Queste le parole degli organizzatori: "Ci siamo avvicinati a questa filosofia per ragioni etiche/antispeciste: non crediamo infatti nella superiorità della specie umana sulle altre.
Il prefisso «anti» non deve comunicare senso di negazione: indica infatti una positiva ricchezza, una convivenza equilibrata, nonché necessariamente organica, di tutti gli esseri viventi sulla Terra."
Abbiamo vissuto questa interessante esperienza a Soave e cercato di dare a nostro modo un piccolo contributo, realizzando delle video interviste assieme ad alcuni degli organizzatori ed anche dei protagonisti del festival.
I nostri complimenti a tutti coloro che, lavorando con impegno e credendoci fino in fondo, hanno reso possibile questo festival; ci auguriamo sia la prima di numerose e fortunate edizioni.
Pagina Facebook di SOAVeg
Visita il sito di SOAVeg
I video sono disponibili, oltre che su Youtube, anche sul nostro canale VIMEO
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giovedì 19 marzo 2015
Il corpo vegano giudicante come imputazione - di Rodrigo Codermatz
Il bisogno di sicurezza come funzione difensiva dell'Io e gradiente d'ansia si trasforma in comportamento gratificante verso le aspettative di questo ambiente in questo modo reiterandolo, riproducendolo.
Il corpo risulta essere così il primo degli oggetti culturali, l'incarnazione della cultura come status quo dell'ambiente che abbiamo alle spalle, della tradizione, della società, una ricapitolazione incredibilmente condensata dell'ambiente del passato come ha scritto Phyllis Greenacre.(2)
Rimettere in questione i valori e la logica che fondano la nostra società, la nostra cultura e tradizione e che ci hanno portato alla totale sovranità sull'Altro vuol dire ribaltare i termini: come l'agente materno o la persona più importante sotto lo sguardo del suo ambiente costringe il figlio in uno stato ansioso che si organizza in risposta gratificante e corrispondente alle aspettative del gruppo, così il figlio deve ora scrollarsi di dosso l'occhio giudicante della madre e da corpo visto e giudicato ergersi a corpo giudicante.
E' questa oggi la funzione del corpo-vegano:(3) non essere corpo sano in una società egoica e narcisistica come la nostra che erige paradisi di benessere, di bellezza e di cultura del corpo, una società ipocondriaca, preoccupata e ossessionata dalla salute; bensì essere termine di confronto, testimonianza di un modo di vivere che non ha più bisogno di sicurezza, tranquillità e felicità, del buon senso e neppure del buon vicinato, di essere garantito e fondato da una logica di violenza e sfruttamento dei più deboli e indifesi.
Come coscienza evoluta ed esistenza possibile senza sfruttamento e sovranità, il corpo-vegano deve farsi paladino di una nuova e più profonda sensibilità, di un pensiero anni luce più evoluto che, al giorno d'oggi, emergendo dall'anonimato, è elitario.
Ma cosa intendo per testimonianza?
Già in Veganesimo e famiglia definivo testimonianza la dimensione assolutamente personale, esistentiva, ontica che fonda il discorso etico universale quale proiezione dell'incontro protoetico con il volto animale come espressione di vulnerabilità, di compartecipazione alla limitatezza, alla sofferenza e alla morte.(4)
Qui aggiungerei incontro protoetico col volto animale come fiducia, dedizione, fedeltà: guardo la mia cagnetta Carlotta negli occhi e lei non sta soffrendo; ma mi suscita tenerezza e amore il fatto che lei si affida completamente a me.
In questo senso qualcuno ha parlato di un doppio tradimento inflitto agli animali d'allevamento.
Ma il corpo vegano come testimonianza non deve risolversi in amor proprio quale figura della sovranità o in un'economia dell'appropriabile e del riappropriabile; come, per esempio, l'idea di testimonianza in Melanie Joy come empatia e riduzione del divario (gap), delle contraddizioni, assurdità e incongruenze della nostra coscienza che lo schema carnistico, come pregiudizio di conferma, vuole mantenere distorcendo le percezioni che minacciano di riassorbirli.(5)
Un'implosione, la testimonianza della Joy, dell'individuo che si integra a se stesso e cita Eddie Lama: “mi rendo conto che gli animali continueranno a soffrire e a morire ma non per causa mia”.
La testimonianza risulta così essere semplicemente la coerenza pensiero-azione: da qui l'ossessione di certo antispecismo per la coerenza dimenticando la dimensione della prassi coi suoi diversi apporti contaminanti: “l'antispecismo dovrebbe abbracciare una prospettiva contaminante” scrive Rasmus Rahbek Simonsen.(6)
Il corpo-vegano come testimonianza non deve essere compiacimento etico ma, piuttosto un chez soi, come direbbe Renee Major, un giardino segreto dentro di sé pronto ad essere disappropriato per accogliere l'altro(7), da dove proferire la minaccia, preparare l'insidia, l'azione di disturbo, l'agguato, l'attentato allo status quo sovrano: non è etica, è politica.
Il suo compito è quello di imputare (nel senso giuridico della parola di cui ci parla Hans Kelsen)(8) l'onnivoro, destabilizzando e destrutturando le strutture di scambio che reggono la situazione interpersonale sicura, mantenendola squilibrata e compromessa con il risultato di ingenerare uno scarto, un divario e un senso (che ho definito “strategico”) di disorientamento e d'inferiorità nell'onnivoro .
E' in questo scarto, in questa zona di silenzio che la critica può colpire la cultura e si crea spazio libero per altre possibili strutture di scambio e oggettivazioni.
Il corpo-vegano, sospendendo il bisogno di sicurezza interpersonale come falso bisogno, interrompe la serialità e l'anonimato della massificazione e del consumo, rallenta i loro ritmi, lascia l'offerta senza interlocutore e punto di riferimento perché delimita e riduce al minimo il suo carattere di domanda, interdice il sistema produttivo. In poche parole, si pone come assoluta alterità e alternativa alla nostra società.
Questa funzione destabilizzante e provocatoria del corpo-vegano compare nell'esperimento condotto dagli psicologi statunitensi Julia Minson e Benoît Monin e descritto nel loro articolo Do-Gooder Derogation: Disparaging Morally Motivated Minorities to Defuse Anticipated Reproach.(9)
A 47 studenti onnivori (16 maschi, 25 femmine e 6 di cui non è stato dato il sesso) di un corso introduttivo di psicologia in un'università privata è stato chiesto di esprimere il loro parere sui vegetariani: il 53% ha espresso un giudizio positivo (earthy, hippie, hippies, alternative, green, environmentalist, politically correct, strong-willed, liberal, health-conscious, religious, careful, conscious, strong beliefs, will-power, animal-lovers, dedicated, caring, kind, brave, sweet, thoughtful, thin, slim, healthy) o neutro (silly, skinny); il rimanente 47% ha espresso un giudizio decisamente negativo sul vegetariano ritenendo che questi si consideri almeno dieci volte moralmente superiore all'onnivoro.
Pur credendo che in realtà ci sia poca differenza morale tra loro e i vegetariani, gli onnivori si sentono così moralmente giudicati (Anticipated Moral Reproach) che il vegetariano è da loro sentito come una minaccia largamente esagerata (a threat that is vastly exaggerated) da cui difendersi preventivamente: credendo di neutralizzarlo, cercano di screditarlo (derogation), di renderlo ridicolo, ottenendo, al contrario, l'effetto ironico di amplificare il suo messaggio etico e di diventare più esposti e vulnerabili alla minaccia.
Un comportamento morale esplicito risulta così essere ridicolo e noioso invece di suscitare ammirazione e rispetto: questo, secondo gli autori, succede ad ogni gruppo, ad ogni minoranza che vuole allontanarsi dallo status quo e farsi portavoce di principi morali (Do-Gooder).
In questo caso la scelta dietetica di una minoranza vegetariana è vissuta dagli onnivori (Meat-eating Mainstream) come una condanna pubblica di un loro comportamento: il loro sentirsi moralmente giudicati sfocia in forte risentimento; spesso, infatti, le persone sono molto sensibili alle critiche verso il loro senso etico e morale e magnificano di più le loro qualità morali che le proprie competenze.
E' interessante notare come la quasi totalità dei giudizi negativi connota caratteristiche sociali negative (annoying, arrogant, conceited, sadistic, judgmental, posers, pretentious, stupid, uptight, flawed, preachy, picky, weird, bleeding hearts, conformists, self-righteous, militant, PETA, crazy, limited, opinionated, strict, radical, vegan) mentre solo la minima percentuale rimanente si riferisce a debolezza fisica (malnourished, pale, tired): il che sottolinea la natura interpersonale del problema; l'individuo viene colpito nel suo non corrispondere alla situazione interpersonale omologata; è dimostrato, infatti, che tale risentimento può nascere anche quando si colpiscono dei costumi e abitudini familiari accettati e considerati normali dalla società, ad esempio in questo caso, il mangiar carne.
Da queste considerazioni è evidente la funzione destrutturante e disturbante del vegetariano nel contesto sociale quando è messo sotto accusa un comportamento profondamente radicato nell'abitudine e nella cultura da essere ritenuto norma sociale. A maggior ragione se si fosse trattato del vegano.
Al contrario l'offensiva onnivora appare più ridimensionata sul piano del benessere fisico e del salutismo: il che può far presumere una certa lontananza di questi da un certo discorso etico-morale animalista.
Non deve meravigliare neppure l'esagerata percezione da parte dell'onnivoro della minaccia poiché egli ha la corretta percezione di non aver alcun potere argomentativo, di non possedere le strutture di scambio adeguate per sostenere una valida difesa delle sue azioni e dei suoi principi morali davanti al vegetariano.
Questo perché anche il concetto di moralità dietro cui egli si nasconde ha il carattere paradossale, contraddittorio e tautologico tipico dei comportamenti di difesa davanti a stati particolarmente ansiogeni. Scrivono, infatti, gli autori all'inizio della loro ricerca: “While societies may differ on what it means to be moral, they agree that it is good to be so”.
Così la Anticipated Moral Reproach sarebbe una possibile reazione al corpo vegano come imputazione: una reazione confusa, contraddittoria ed esagerata, un vero e proprio delirio paranoico di persecuzione che coglie l'onnivoro dinnanzi ad un giudice in carne ed ossa.
Ricordo una sera, in cui io e mia moglie avevamo invitato a cena un musicista jazz che manifestò, nel corso della serata, apprezzamento sulla nostra cucina vegana; dopo aver letteralmente rispolverato e resuscitato dall'oltretomba, io al pianoforte e lui alla chitarra, dei vecchi blues e boogie woogie, al momento di salutarci improvvisamente si espresse in questi termini:- a me stanno sul cazzo i vegani perché si credono migliori degli altri -.
Al che mia moglie basita da tanta veemenza ma cercando di controllarsi rispose con candore:- non migliori ma più sensibili...-
Il nostro ospite si offese e iniziò a delirare: come potevamo noi credere che proprio lui, un musicista jazz, non avesse sensibilità e chi credevamo di essere noi due, VEGANI... poi le sue argomentazioni furono una vera e propria ecolalia - eh ma il salame resta salame!- sempre più nervosa, ansiosa e pressante quasi gli mancasse il fiato, una serrata difensiva spropositata, una vera e propria “coda di paglia” che si risolse in un certo senso di inopportunità che lo affrettò alla porta.
Accompagnandolo alla macchina gli chiesi se, per caso, si fosse trovato male a casa nostra: - assolutamente no, disse, ma non è più come prima - e mi salutò.
Questo è un caso da manuale di anticipated moral reproach: egli ha surdeterminato una semplice riflessione di mia moglie (non tutti siamo sensibili e riflessivi allo stesso grado poiché abbiamo dei vissuti diversi e individuali) con un esagerato senso di inferiorità e di disagio che magari era presente sin dall'inizio e tenuto forse sotto controllo, ma che, per la sua particolare irruenza, non può che essersi saturato pian piano durante la serata in nostra presenza.
Se nel Meat Paradox (people enjoy eating meat but disapprove of harming animals / most people love animals and love eating meat) di Steve Loughnan, Nick Haslam e Brock Bastian(10) l'onnivoro è da solo con se stesso e, avendo tutto l'interesse (cfr. Cognitive dissonance Theory di Festinger e Harmon Jones) a risolvere questo “quintessential exemple of the interesting and important state of ambivalence” (Paul Rozin 2007) può ricorrere a svariate forme di autoinganno,(11) in presenza del corpo-vegano come giudice esterno imputante, invece, l'onnivoro, in quanto essere-visto e imputato, deve rispondere e chiarire la sua posizione giuridica “seduta stante”; la semplice presenza del vegano sarà l'indice accusatore che non gli darà tregua.
Cristina, 45 anni onnivora, nostra commensale al compleanno del mio nipotino, afferma:
“Mi sento molto misera di fronte a certi pensieri che sono molto più alti di me e che non riesco a comprendere; se ci siete voi (io e mia moglie in quanto vegani n.d.a) io non mi sento di mangiare la carne non perché ho una conoscenza o una presa di coscienza ma riconosco una superiorità nelle persone che non mangiano la carne. Questo è: mi sento veramente inferiore e sinceramente mi vergogno di mangiare la carne di fronte a voi; mi vergogno, mi sento banale, molto banale.
C'è il wűrstel e il salame qui in tavola ma voi non avete fatto pesare mai niente, assolutamente: con voi non mi sono mai sentita a disagio per il fatto di mangiare ancora la carne bensì per non aver ancora capito tante cose: questo è il mio disagio, il fatto che ancora non sono pronta, non sono preparata a evolvermi in questa direzione.
Certamente, cerco di essere aperta: questo pomeriggio quando stavamo preparando i piatti per voi due, sono stata molto attenta e disciplinata a cambiare le posate e non usare per voi, ad esempio, coltelli che avessero toccato il salame; proprio per non infrangere qualcosa che è importante, che io ancora non riesco a capire ma che sinceramente riesco ad apprezzare.
Voi fate una bella cosa dalla quale io sono ancora molto lontana; allo stesso tempo, però, anche molto vicina perché io non riuscirei mai a mangiare quella fetta di salame davanti a voi due; il vostro discorso è valido ed io lo condivido anche se non lo vivo: tuttavia credo in un'alimentazione che possa fare a meno della carne.”
Questo è un esempio auspicabile di quello che dovrebbe ottenere il corpo vegano: è certo però che ci troviamo di fronte a una persona di elevata onestà intellettuale e di sensibilità e rispetto superiori alla media.
Cristina confessa di non riuscire a mangiare carne davanti a me e mia moglie non perché ha una conoscenza o una precisa presa di coscienza animalista: anzi, ammette di non essere ancora pronta per evolversi in tale direzione; ma perché si sente misera e banale di fronte a certi pensieri che sono più alti di lei e che non riesce a comprendere e riconosce senz'altro una certa superiorità nelle persone che non mangiano la carne: qui sta il suo forte disagio. Cristina si vergogna, si sente misera e banale, molto banale, lo ribadisce più volte. Lei si sente a disagio per non aver ancora capito tante cose (...) per non essere ancora pronta.
Cristina si ritiene attenta e disciplinata e si apre a noi nel non voler infrangere qualcosa che è importante, che lei non riesce ancora a capire ma che sicuramente riesce ad apprezzare: Cristina non dice “qualcosa che è per voi importante”: trascende quindi il semplice rispetto per me e mia moglie.
Lei è ancora molto lontana da noi ma, al contempo, molto vicina, dice, poiché crede nel nostro discorso, lo condivide anche se non lo vive.
Da dove origina questo suo disagio che lei descrive, lo ripetiamo, come un vissuto di miseria e banalità?
E' da premettere che a Cristina non è stato detto né chiesto nulla: il semplice essersi trovata assieme a me e mia moglie (corpi-vegani) davanti ad un piatto di salame l'ha gettata in una situazione per lei imbarazzante che l'ha condotta ad esprimere le sue idee ed a rivendicare un certo suo distacco dalla situazione.
E' evidente che la sola presenza mia e di moglie come corpi-vegani le ha aperto una nuova situazione interpersonale, un campo intersoggettivo del tutto diverso che contrasta e stride con l'ordinario; non solo vengono impostati vissuti di significato e strutture di scambio diverse ma soprattutto si riassetta la stessa corporeità e la spazialità vissuta di Cristina.
In Veganesimo e famiglia abbiamo parlato del corpo come sapere abituale in Merleau-Ponty(12): possiamo dire che la presenza mia e di mia moglie come corpi-vegani ha sospeso ciò che Merleau-Ponty definisce “lo schema corporeo prepercettivo” di Cristina ossia il suo corpo in quanto sapere abituale del mondo, sapere di familiarità, in quanto struttura originale del corpo proprio che assimila gli strumenti e le architetture(13) con le quali si impegna (maneggia) quotidianamente: in sostanza, un complesso innato, come può essere la rimozione dove io mantengo nel tempo uno dei mondi che ho attraversato, che funge da arco intenzionale proiettando intorno a noi il nostro passato.
Se, come scrive Merleau-Ponty, darsi un corpo abituale è una necessità interna per l'esistenza più integrata, il corpo di Cristina mentre ci parla sta subendo un processo di dis-integrazione: essendo la spazialità del corpo spazialità di situazione, risulterà diffratto e disintegrato anche lo spazio intorno ad essa nel suo esserle familiare:
Gli oggetti maneggevoli interrogano una mano che non ho più. Così, nell'insieme del mio corpo si delimitano regioni di silenzio(14)
Mentre parla con noi, il corpo di Cristina si ritira momentaneamente dagli oggetti che abitualmente “abita”: è questo il suo disagio; è un senso di nausea e di vertigine che la coglie quando lei trapassa da un vissuto claustrofobico quale è il suo sapere abituale a un vissuto in espansione quale modalità esistenziale nuova e inesplorata. E' un senso di nausea e di vertigine come conquista di un punto sospeso e in disequilibrio (stare in piedi su una palla) dal quale lei è chiamata a erigersi urgentemente una nuova spazialità, una nuova temporalità, un nuovo mit-sein, per rimanere-nel-mondo.
Quando, mentre stiamo parlando, improvvisamente sbuca il mio nipotino e chiede a Cristina se gli può allungare una fetta di salame, Cristina trasale, in primis fa finta di non sentire, poi arrossisce e abbozza un sorriso d'imbarazzo: sembra non riconoscere più la fetta di salame nel piatto davanti a lei, poi data l'insistenza di mio nipote, stizzita con due dita prende la fetta di salame come fosse qualcosa di sporco, arricciando il naso e guardandosi attorno; poi per un momento non sa come ricominciare il discorso.
La fetta di salame, nella nuova situazione di confronto interpersonale con due corpi vegani, ha perso la sua familiarità per Cristina, è rimasta “abitualmente” disabitata da lei.
Cristina è rimasta di colpo “nuda” e per questo si vergogna: è spogliata del suo corpo e del suo mondo (si sente misera).
In lei, mentre ci parla, corpo abituale e corpo attuale coesistono e si confondono: da qui quella sua promiscuità, quel vissuto di trovarsi a metà strada rivelato più volte dall'uso dell'avverbio ancora: da qui quel senso di comprensività (il nostro punto di vista è vissuto da lei in termini di evoluzione, di miglioramento, di progresso) che le dà l'avvicinarsi ad una modalità esistentiva diversa.
A inquietarla e a metterla a dis-agio (=mancanza di agio, di familiarità, di manualità) è proprio quello che lei definisce l'importante, che la mette a nudo e la sfiora, quella bella cosa da non infrangere che lei sente ancora così lontana ma nello stesso tempo anche molto vicina.
Io e mia moglie, con la nostra semplice presenza corporea, abbiamo compromesso e destrutturato seppur per pochi minuti il corpo di Cristina come sapere abituale e sfera d'agio: il suo corpo da istituzione e impressione della cultura si è fatto espressione e partecipazione all'Altro. Quindi la vera testimonianza collettiva è testimonianza interpersonale.
L'angolo della stanza in cui eravamo seduti, quel pezzo di tavola con i bicchieri, i piatti e la fetta di salame in quel mentre non aveva nulla a che fare con l'altro spazio dello stesso compleanno: era uno spazio aperto e Cristina percepiva chiaramente quest'apertura anche in se stessa.
I nostri due corpi vegani, quello mio e quello di mia moglie, hanno bilocato momentaneamente Cristina dandole la possibilità di emanciparsi seppur per pochi istanti dal suo corpo inteso esclusivamente come mezzo per inserirsi in un mondo familiare: come corpi giudicanti hanno momentaneamente dato vita ad uno spazio vegano che dovrebbe, col tempo e nella situazione più auspicabile, incorporarsi e incarnarsi in un nuovo sapere abituale più evoluto che dia inizio ad una nuova architettura del mondo libera da ogni sovranità.
Desidero ringraziare Julia A. Minson della University of Pennsylvania, Philadelphia, PA, USA e Benoît Monin della Stanford University, Stanford, CA, USA per aver risposto tempestivamente alle mie richieste e avermi inviato i files delle loro ricerche.
Rodrigo Codermatz
(1) R. CODERMATZ, Veganesimo e famiglia, 2014
(2) P. GREENACRE, Trauma, crescita, personalità, Milano Cortina,1986
(3) Per la mia definizione di veganesimo, cfr. R. CODERMATZ, Veganesimo e famiglia, pag. 100: “Per veganesimo io intendo esclusivamente la scelta etica di condannare e rifiutare, ognuno secondo il suo grado di informazione, acculturazione e conoscenza, in base alle sue capacità e predisposizioni, ogni forma più o meno diretta di sofferenza, sfruttamento e morte animale: è il definitivo e inderogabile no a mangiare animali e tutti i loro derivati, a indossarli, a farne oggetto d'addobbo o arredamento, di sport, è l'assoluta condanna della caccia, della pesca, di tutte le forme di allevamenti, della ricerca medica, farmaceutica, alimentare e cosmetica, dell'arte e dello spettacolo che sfrutti l'animale.”
(4) R. CODERMATZ, Veganesimo e famiglia, 2014, pag. 109
(5) M. JOY, Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche, Sonda Edizioni 2012
(6) R. R. SIMONSES, Manifesto Queer Vegan, 2014 pag. 81
(7) J. DERRIDA, Stati d'animo della psicanalisi, Intervista a René Major, Edizioni ETS, Pisa 2013
(8) H. KELSEN, Causalità e imputazione in Lineamenti di dottrina pura del diritto, Einaudi, Torino 2000
(9) J. MINSON- B. MONIN, Do-Gooder Derogation: Disparaging Morally Motivated Minorities to Defuse Anticipated Reproach, Social Psychological and Personality Science 2012 3:200-207. The online version can be found at: http://spp.sagepub.com/content/3/2/200
(10) B. BASTIAN, K. COSTELLO, S. LOUGHNAN, G. HODSON, When Closing the Human-Animal Divide Expands Moral Concern: the importance of framing, in Social Psychological and Personality Science, (01.11.2011)
S. LOUGHNAN, N. HASLAM, B. BASTIAN, The role of meat consuption in the denial of moral status and mind to meat animals, in Appetite (2009), Journal homepage www.elsevier.com/locate/appet 55 (2010) 156-159(2) P. GREENACRE, Trauma, crescita, personalità, Milano Cortina,1986
(3) Per la mia definizione di veganesimo, cfr. R. CODERMATZ, Veganesimo e famiglia, pag. 100: “Per veganesimo io intendo esclusivamente la scelta etica di condannare e rifiutare, ognuno secondo il suo grado di informazione, acculturazione e conoscenza, in base alle sue capacità e predisposizioni, ogni forma più o meno diretta di sofferenza, sfruttamento e morte animale: è il definitivo e inderogabile no a mangiare animali e tutti i loro derivati, a indossarli, a farne oggetto d'addobbo o arredamento, di sport, è l'assoluta condanna della caccia, della pesca, di tutte le forme di allevamenti, della ricerca medica, farmaceutica, alimentare e cosmetica, dell'arte e dello spettacolo che sfrutti l'animale.”
(4) R. CODERMATZ, Veganesimo e famiglia, 2014, pag. 109
(5) M. JOY, Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche, Sonda Edizioni 2012
(6) R. R. SIMONSES, Manifesto Queer Vegan, 2014 pag. 81
(7) J. DERRIDA, Stati d'animo della psicanalisi, Intervista a René Major, Edizioni ETS, Pisa 2013
(8) H. KELSEN, Causalità e imputazione in Lineamenti di dottrina pura del diritto, Einaudi, Torino 2000
(9) J. MINSON- B. MONIN, Do-Gooder Derogation: Disparaging Morally Motivated Minorities to Defuse Anticipated Reproach, Social Psychological and Personality Science 2012 3:200-207. The online version can be found at: http://spp.sagepub.com/content/3/2/200
(10) B. BASTIAN, K. COSTELLO, S. LOUGHNAN, G. HODSON, When Closing the Human-Animal Divide Expands Moral Concern: the importance of framing, in Social Psychological and Personality Science, (01.11.2011)
B. BASTIAN, How we can love some animals and eat others, in http://theconversation.com/the-meat-paradox (24.03.2011)
B. BRATANOVA, S. LOUHGNAN, B. BASTIAN, The effect of categorization as food on the perceived moral standing of animals, in Appetite Journal homepage www.elsevier.com/locate/appet 57(2011) 193-196
B. BASTIAN, S. LOUGHNAN, N. HASLAM, H. R. M. RADKE, Don't mind Meat? The Denial of mind to Animals Used for Human Consuption, in Personality and Social Psychology Bulletin (6.10.2011)
(11) Il paradosso della carne è risolvibile, secondo gli autori, o diventando vegetariani o semplicemente cambiando il modo di percepire l'animale; da qui le diverse forme di autoinganno e distorsione:
a) caratterizzando l'animale come cibo (hunted meat, collected meat, accidental-death) gli si toglie la sua capacità di soffrire (unfelling), le sue capacità mentali (mental capacities) e il suo stato morale (unworthy); schedando la realtà in due categorie contrapposte (dicotomizzazione) come bianco-nero, commestibile-non commestibile, intelligente-stupido, bello-brutto si giustifica ad esempio l'edibilità di un animale “stupido”;
b) separando anche linguisticamente la carne dall'animale (pork/pig- beaf/cow) si dimentica la provenienza della carne;
c) vedendo qualcuno soffrire (anche un umano) e sentendoci responsabili della sua sofferenza, tendiamo a ridurre le sue capacità mentali legate al soffrire;
d) comparando l'animale all'uomo si espande il concetto morale e si reduce lo specismo; al contrario rapportando l'uomo all'animale si riduce la percezione morale dell'animale; la direzione del confronto può influenzare profondamente la percezione della similarità: questa è più forte quando il referente del confronto siamo noi stessi (l'uomo) e non l'altro e questo perché la nostra conoscenza è evidentemente percepita da noi come più complessa rispetto a quella dell'altro che ne è dedotta. Perciò comparando l'uomo all'animale si mantiene lo status quo, mentre rapportando l'animale all'uomo si estendono i confini della morale ad altre specie. Di questo ho già parlato nel mio articolo Monumenti suini in città.
e) ovviamente queste forme di autoinganno si modificheranno a seconda che il soggetto stia per consumare un pasto animale o, al contrario, un pasto vegetale.
In Veganesimo e famiglia anch'io ho esaminato alcune forme di autoinganno difensivo quali la distorsione paratassica, la disattenzione selettiva, lo spostamento del nucleo comunicativo e le fantasie compensatorie etc.
(12) R. CODERMATZ, Veganesimo e famiglia, 2014 pag. 141 e segg.:
“Per Merleau-Ponty il corpo, come essere al mondo, è una veduta pre-oggettiva, pre-riflessiva, è il nostro essere impegnati, un inerire al mondo fisico e interumano. E' sapere abituale del mondo, poiché ce lo fa vivere e sentire come luogo familiare della nostra vita; è la potenza di un certo numero di azioni familiari che ci permette di installarci nel mondo circostante come insieme di manipulanda per mantenerci in vita.
Il corpo non ricade mai completamente su se stesso, non può astrarre mai dalla vita e dal mondo; ma ce li presenta di continuo e questo comporta ritmi che non hanno la loro ragione in ciò che noi scegliamo ma nell'ambiente che ci circonda cosicché, attorno alla nostra esistenza personale, appare un margine di esistenza quasi impersonale che il nostro corpo rende abituale, familiare. L'abitudine è, in effetti, un sapere che è nelle mani, che si affida solo al corpo, un sapere di familiarità.
Il corpo è quindi l'abitudine primordiale che condiziona tutte le altre, una necessità interna per l'esistenza più integrata; con l'acquisizione di abitudini come apprensione motoria di un significato motorio (abituarsi ad un cappello vuol dire installare il proprio corpo in esso) egli rimaneggia e rinnova il suo schema. Il sapere abituale è il nostro arto fantasma.
(…)
Il sapere abituale è sicurezza, cultura, ideologia, è sentirsi a casa propria in un mondo che ci presenta ovunque segni di sfruttamento animale; il nostro piccolo mondo crepuscolare ne è pieno: la logica omicida trionfa in ogni nostra città con le sue macellerie, le sue pelletterie, le sue pescherie, le farmacie, le latterie, i supermercati, etc.. Non esiste angolo di strada dove il vegano possa sentirsi a casa propria ossia dove il il suo diritto di opporsi allo sterminio di creature senzienti sia riconosciuto e rispettato.
Il nostro corpo vive in mezzo allo sfruttamento animale: è sfruttamento animale.”
(13) Sempre in Veganesimo e famiglia ho parlato del corpo come discorso di cose in Pier Paolo Pasolini e del corpo come asylum e istituzione in Erwin Goffman e Franco Basaglia.
(14) M. MERLEAU-PONTY, Fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano 2003, pag. 130
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mercoledì 4 febbraio 2015
Il veganismo come scacco dell'animalismo - di Rodrigo Codermatz
La moda è esplosa!
Altroché trionfo! Allarme rosso, invece!
Lasciamo pure che l'ingenuo vegano sia accecato dall'entusiasmo e dall'illusione che il mondo stia finalmente ascoltando e prendendo sul serio le sue “bizzarrie”.
In realtà ciò che sta trionfando e costituendosi velocemente sotto l'egida del sistema è un nuovo carattere sociale ben definito, un vero e proprio stereotipo atto a screditare le istanze più inquietanti e le ragioni più evolutive e progressiste che stanno alla radice di una scelta diet-etica vegan: istanze e ragioni che si prendono cura dell'animale non più come oggetto (intendendo per 'oggetto' il referente della sovranità) ma come l'altro-capace-di-soffrire-e-morire.
Oltre che al trionfo del vegano come consumatore inneggiamo quindi anche alla nascita e all'esplosione demografica di questo stereotipo, di questo essere robotico ben definito, che si fa strumento del sistema per rendere il cittadino ancora più sordo e cieco alla sofferenza animale, all'Inquietante.
E' triste constatare come, mezzi altamente mediatici quali la televisione, la stampa e il cinema siano asserviti al sistema nel “registrare e ridistribuire” questa immagine stereotipata del vegano per farne del business, mentre manchi quasi del tutto un'arte “libera” e di qualità che esprima seriamente e autenticamente la sensibilità animalista.
Il vegano è quindi un individuo paranoico-ossessivo seguace della subcultura e dell'immaginario popolare New Age, dell'esoterismo, delle filosofie orientali fino all'antroposofia, delle teorie di Nancy Ann Tappe, di Edgar Chayce, di Alice Bailey, un misantropo che si sente “escluso” con la mania dell'equosolidale, del biologico, del “rigorosamente naturale”, con una propensione a tutto ciò che è esotico e orientale e alla spiritualità. Il sistema gli dà il “benvenuto” preparandogli il suo “angolino” (una riserva) dove trastullarsi e compiere i suoi rituali; lo trasforma in moda, in status-symbol, in un dandy dal portafogli pieno che getta il suo fascino sulla massa che, come ha già notato Vance Packard,1 nell'idealizzazione della classe economicamente superiore, per prima cosa ne emulerà la dieta.
Il vegano come diversità diventa oggetto di tassonomia (il nominare è il primo atto di sovranità già nel mito di Adamo) e reso funzionale soprattutto, anzi, direi esclusivamente per la sua scelta dietetica accanto al crudista, al fruttariano, al bretariano, al pescetariano, al locavoro, all'edenico, al flexetariano, al reducetariano, a quelle che vengono definite le “avanguardie” dell'alimentazione.
Ma la storia ci insegna che un'espressione sincera e spontanea di dissenso, di rigetto e di netto, violento e anche aggressivo rifiuto non verso un certo status economico ma, come scriveva Arthur Miller, verso l'ipocrisia di una certa società, dura pochi anni e quando viene denominata “avanguardia” è già riassorbita nel sistema con una certa sua precisa funzione.
Attraverso queste “avanguardie dell'alimentazione” il sistema permette e tollera le estremizzazioni, dà l'illusione del radicale, della novità assoluta, del rivoluzionario, dell'alternativo ma soprattutto depotenzia e relega in secondo piano l'Inquietante, lo rende provvisorio, una strada cieca che non porta a nulla, una semplice tappa a metà strada: dà nuovamente per scontato che il veganesimo sia esclusivamente una semplice scelta dietetica e salutista o di gusto: quante volte noi animalisti ci sentiamo dire – ma non sei diventato ancora crudista?-
Il sistema ha creato questo percorso: da carnivoro a fruttariano, passando per il vegetarianismo, il veganismo e il crudismo; per il veganesimo come denuncia etica, come ascolto dell'Inquietante, non c'è più posto, è detronizzato definitivamente perché il crudismo e il fruttarianesimo non hanno più alcuna valenza etica.
Scelta dietetica, il veganesimo, accompagnata da una paranoica preoccupazione, ansia, inquietudine nevrotica di star male, di essere insani, denutriti, ossessione di giustificare e 'normalizzare', 'culturizzare' fare accettare e inserire nella normalità la propria cucina2 su cui il sistema fa leva per detronizzare e riassorbire le istanze animaliste: egli gioca la sua carta e tenta la neutralizzazione dell'Inquietante sul piano dell'alimentazione.
Infatti c'è un netto, continuo e inesorabile riassorbimento di certo veganesimo nato dichiaratamente da seri e autentici intenti animalisti nel salutismo, nelle scienze dell'alimentazione, nella gastronomia, una certa deriva nell'estetismo perché questa è la lingua del sistema e, purtroppo, la nostra lingua madre che spesso ci tradisce mascherando o confondendo le nostre convinzioni più profonde, le nostre emozioni, le nostre sensazioni, le nostre motivazioni. Certo, potremmo usarla strategicamente per ammaliare l'uditorio e parlargli poi della sofferenza animale; ma la partita sarebbe un eterno pareggio e noi non saremmo che l'eco e la cassa di risonanza della metafisica del sistema centrata su l'Ego e la sua onnipotenza narcisistica e allucinatoria quale terreno fertile per una logica della sovranità.
Poi c'è un secondo aspetto di cui ho già parlato in Veganesimo e famiglia:3 presentarsi come vegani animalisti nella nostra società è problematico e spesso genera situazioni interpersonali disarmoniche, per usare un eufemismo, atmosfere tese, per non dire di vere e proprie situazioni di scontro aperto e di manifesta conflittualità e ostilità.
Il bisogno di sicurezza interpersonale, ossia la necessità fisiologica-culturale per entrambe le parti di rendere gestibile l'ansia nata da tali situazioni, apre una “zona franca” dove le parti patteggiano come dinnanzi ad un giudice di pace, si vengono incontro, smussano gli angoli e si accordano su provvisori e fragilissimi punti d'appoggio su cui tentare un possibile incontro, un goffo volo: è un concedere, senza convinzione, un minimo consenso come il sì che si dà al matto, un graziare.
Da qui molte forme di comportamento difensivo che portano a inconsapevoli e inconsci spostamenti del nucleo comunicativo, a omissioni, distorsioni, disattenzioni, a veri e propri deragliamenti e alabardate del pensiero e del discorso.
In un confronto interpersonale, passare inconsapevolmente dal più convinto animalismo al salutismo, magari con l'effetto involuto di pompare l'egotismo del nostro interlocutore, è quindi un rischio che sta sempre dietro l'angolo: è il modo più semplice di ricomporre la situazione interpersonale forse compromessa con l'esserci presentati come vegani per motivi animalisti. E' un esempio di un difensivo spostamento del nucleo comunicativo: si passa senza accorgersene a parlare del nostro benessere quando l'argomento che ci stava a cuore era la sofferenza e la morte animale.
Così può succedere che l'intento animalista originario si dissolva in una metastasi di schegge impazzite di opinioni e cognizioni spesso disorientate e confuse, in una lotta intestina che porta al completo riassorbimento di ogni sua valenza critica e dialettica.
Questa tendenza, questa deriva del vegan-ismo sembra inevitabile, incontrollabile, è partita per la tangente, è centrifuga. Abbiamo parlato di moda ma questa non è che la ricezione e l'eco nella massa di questa preoccupazione e ansia nevrotica di star male che già a monte nasce come proiezione adesiva e mimetizzante del vegano nel contesto sociale.
Ma cos'è questa preoccupazione e ansia nevrotica di star male, di essere insani e denutriti che a mio parere spinge il vegan-ismo alla deriva, in alto mare, lontano dalla terra ferma dell'animalismo? Cosa è questa “presa” che il vegano offre al sistema? Come abbiamo già analizzato in Veganesimo e famiglia, ogni gruppo minimo di confronto (quale può essere la famiglia, i colleghi, gli amici, i vicini, i conoscenti) tende, attraverso dinamiche transferali reiteranti la figura della persona più importante, a rafforzare e fissare quelle strutture di scambio che sono già state omologate e vissute come sicure ossia dov'è ridotta al minimo o per lo meno resa sopportabile la possibilità di uno stato ansioso. E poiché le figure e il contesto transferale appartengono al periodo dell'infanzia, le strutture e le dinamiche interpersonali rimarranno infantili e si ripeteranno uguali lungo tutta la nostra esistenza.
Il gruppo diviene così nexus ossia una situazione interpersonale di massima sicurezza e collusività, di massima corrispondenza e coincidenza dei suoi membri; visto dall'esterno, un vero e proprio complesso che presentandosi, in quanto forma, vera e propria fissazione di una tappa dello sviluppo psichico e, come attività, ripetizione spesso inadeguata davanti ad un certo tipo di esperienza che la trascende, spesso resta carente rispetto ad una situazione reale. Così viene stabilita una continuità psichica tra le generazioni che noi abbiamo definito cultura.4
Il nexus come gruppo-situazione interpersonale sicura è quindi pre-struttura e complesso in quanto ripete inconsciamente una realtà inadeguata invece di operare un'oggettivazione superiore.
Nella sua eccedenza di sicurezza e prevedibilità, di tranquillità e familiarità, il gruppo funge, per usare una metafora, da oggetto esterno ancora parziale con funzione di contenitore, da seno gabinetto in grado di espletare la sua funzione anaclitica di accogliere e contenere le proiezioni evacuative della parte del sé che sta ancora brancolando in uno stato indifferenziato di non-integrazione, disgregazione e dispersione.
Se il gruppo, come oggetto parziale, riceve ciò che il soggetto espelle (ansia), allo stesso tempo glielo restituisce in modo nutritivo (=sicuro, libero dall'ansia) configurandosi come seno.
Il bisogno di sicurezza interpersonale, che risponde al bisogno di reperire un oggetto contenente da introiettare, ossia alla frenetica ricerca di un oggetto da introiettare capace di attirare l'attenzione (gratificare) e di essere quindi sperimentato seppur momentaneamente come qualcosa che tiene insieme le componenti del sé è, in questo senso, l'introiezione e l'identificazione proiettiva della funzione contenitiva del gruppo-seno: è pelle.
Il bisogno di sicurezza interpersonale come pelle integra il sé e il proprio corpo: per questo possiamo affermare che, in sostanza, il nostro corpo è integrato dalla cultura (gruppo) e che senza la pelle come introiezione e vissuto della funzione contenitiva del gruppo, vivremmo in uno stato di non-integrazione (ansia), di disgregazione e dispersione corporea. La pelle è vissuto di essere-contenuto, sostenuto, abbracciato e cullato dal gruppo come situazione interpersonale sicura, mentre il mondo ci è presentato in un'immagine distorta della realtà, nell'immagine paratassica e ideologica di un giardino d'infanzia che va a rafforzare la nostra onnipotenza allucinatoria.
La situazione interpersonale sicura come gruppo è il capezzolo in bocca in quanto oggetto contenente ideale che viene introiettato come pelle ossia come illusione onnipotente dell'unità madre-bambino “tutto bocca-tutto pancia” come primo nucleo organizzativo del sé e area di integrazione.
L'integrazione e l'organizzazione del sé avviene sulla base del bisogno di sicurezza interpersonale che si configura quindi come esoscheletro per aderire al gruppo come pelle comune.
In questa situazione non c'è possibilità di svezzamento; al contrario è il gruppo-seno a risucchiare il sé: la situazione-interpersonale sicura e la società/sistema come enorme mammella invasiva è il capezzolo soffocante offerto alla bocca aperta dell'individuo che si caratterizza come eterno lattante fagocitante e in questo suo fagocitare aderisce al gruppo come pelle comune, come onnipotenza allucinatoria. L'invasività del seno diviene adesività e questa è la prima forma di dipendenza per l'individuo che per l'appunto, attraverso il gruppo-seno, aderisce alla società stessa nel suo carattere più proprio, il fagocitare.5
L'individuo risucchiato dal nexus-gruppo-seno è costantemente preoccupato di cadere in stato di disgrazia, di essere allontanato dalla mammella e di rimanere denutrito: il salutismo è l'aggrapparsi al seno e l'estetismo è l'aggraziarselo.
Nessuna moda in esplosione quindi: né quella vegana, né quella dell'arte culinaria con le vetrine delle librerie strapiene di libri di ricette e tutte le programmazioni televisive sature di chef e di rubriche di cucina: nessuna moda dietro ai corsi di cucina pubblicizzati per le strade e i super-eroi del nostro tempo i vari Gordon Ramsey, Joe Bastianich etc.; semplicemente il nostro totale aderire al carattere fagocitorio del sistema come risucchio depressionario del vuoto e la noia in cui l'individuo medio cade quando non partecipa (=quando non adempie alla sua funzione seriale all'interno del gruppo sociale).
A questo punto è ben chiaro che, nell'esplodere trionfante di questo imperialismo salutista a cui fanno eco centinaia di social network sedicenti vegani (ossessionati dal cibo e dalla salute che limitano il loro animalismo e attivismo ai “mi piace” e a fasulli e inattendibili “parteciperò”) e un vero e proprio business di certificazioni (vegan-sì, vegan-no, vegan-sù, vegan-giù, vegan-questo, vegan-quello) così ipocrite e in malafede da garantire, dietro compenso, un prodotto finito ma non l'intero iter di produzione, in questa nuova realtà sociale in cui il meatless monday di Brian Kateman, in meno di dieci giorni, ha spillato dalle tasche dei “poppanti” ben 20 mila dollari, non c'è più posto per l'Inquietante e per il vero animalismo.
Se il sistema, la violenza e la logica sovrana comandano e governano attraverso il nome (nel nome del padre, in nome di Dio, del Re, in nome della legge, all'inizio c'era il Verbo e il Verbo era presso Dio, etc.) non ci resta altro che rifiutare o per lo meno non riconoscerci più, non farci più riassorbire dal nome, rifiutare la tassonomia.
E' più che evidente che il sistema è riuscito ad epurare il termine “vegano” da ogni valenza decostruttiva e imputante (in senso giuridico), da ogni istanza destabilizzante ed evoluzionista, da ogni senso critico e dialettico: l'ottimismo imperante tra i vegani ne è una prova; Rasmus Rahbek Simonsen scrive: “Non vedo, però, come e perché una 'fantasia' di speranza e di ottimismo possa mostrarci meglio la via verso un futuro finalmente queer rispetto a una negatività”.6
Come ne è una prova la loro smania di rendere normale e “culturale” la dieta vegana negandone l'effettivo carattere perturbant o troublant o ancora queer, in quanto “foriero di eventi imprevedibili”.
Altrettanto è chiaro che il termine “vegano” sta sempre più connotando una realtà che sta tramutando in consumismo la lotta per la liberazione di ogni essere vivente, e che, in fondo, non è che una nuova forma di falso-bisogno quale prigione e schiavitù non solo dell'animale ma anche dell'uomo stesso.
Animalisti! Oggi il termine “vegano” non denota più i nostri valori, non esprime più le nostre idee e convinzioni ma va a raggruppare e designare una fetta sempre più grande e in rapida crescita di persone dalle idee molto confuse, disinformate o malinformate per malafede o ingenuità, dalle opinioni e competenze dubbie; il nome ci sta stretto: il sistema ne ha fatto la nostra “acqua alla gola” e con esso ci tiene in scacco. Usciamo da questa impasse, scrolliamocelo di dosso e, facendo il gioco del sistema, riduciamolo alla nostra semplice scelta dietetica che può senz'altro essere anche quella di un salutista o di chiunque altro.
L'animalismo è una realtà che trascende il veganismo per cui questo non è che il punto di partenza non una tappa o il traguardo finale; quindi dobbiamo imparare a non voltarci più quando si parla di veganismo per non averne fradice le ossa, ma a tenere lo sguardo e l'udito sempre rivolto alla chiamata dell'Inquietante.
Rodrigo Codermatz
1 V. PACKARD, I persuasori occulti , 1957
2 RASMUS RAHBEK SIMONSEN, Manifesto Queer Vegan, 2014
3 R. CODERMATZ, Veganesimo e famiglia, 2014
4 J. LACAN, I complessi familiari, 1938
5 Eloquente il cortometraggio muto di EVHEN MAKAROV Prodanyi Apetyt, UkrSSR 1928
6 RASMUS RAHBEK SIMONSEN, Manifesto Queer Vegan, 2014
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mercoledì 21 gennaio 2015
Hungry Hearts e la scelta vegan come disturbo alimentare
La maternità è uno degli elementi chiave del film di cui si parla a lungo in questi giorni, in occasione dell'uscita nelle sale.
Hungry Hearts, ultima fatica di Saverio Costanzo, era stato presentato mesi fa al Festival del Cinema di Venezia conquistando due coppe Volpi e accendendo un dibattito che torna a fare cronaca.
Leggendo le dichiarazioni rilasciate dal regista e le repliche a cura di alcune fra le principali associazioni animaliste italiane, abbiamo maturato il desiderio di approfondire la questione e cercare di saperne di più.
Questa necessità ci ha spinti a visionare Hungry Hearts e, nel contempo, a leggere il romanzo che lo ha ispirato ("Il bambino indaco" di Marco Franzoso, pubblicato da Einaudi nel 2012); era a nostro avviso importante capire quante e quali analogie vi fossero tra pellicola e romanzo, quanta parte del film fosse frutto della personale elaborazione del regista e quali passaggi fossero stati fedelmente trasposti.
Il sentimento che ci ha accompagnati, sia nella lettura che nella visione, è stato quello di profondo dispiacere.
Dispiacere e sincera pena nei confronti di una madre che si smarrisce nel buio senza ritorno del proprio malessere, creando per sé e per suo figlio una realtà viziata e invivibile.
A questo sentimento è gradualmente andato unendosi un forte disagio. Siamo abituati a leggere di drammi familiari e di maternità malate; sono storie che sempre più spesso riempiono le cronache dei giornali.
La vicenda narrata da Franzoso -e, di conseguenza, da Costanzo- è però singolare. Lo è in primis perché frutto della libera ispirazione dell'autore (non siamo pertanto di fronte a personaggi realmente esistiti).
Lo è, aggiungiamo noi, perché si sceglie di narrarla conferendovi connotazioni ben precise e non lasciate al caso.
La protagonista femminile (Isabel nel romanzo, Mina nel film), con il manifestarsi della gravidanza, inizia ad adottare una "disciplina" alimentare tale da portarla a praticare il digiuno (affamando di conseguenza anche il figlio) nell'ottica di un desiderio di purificazione riconducibile, tra l'altro, a teorie pseudoscientifiche di derivazione New Age (una fra queste, appunto, quella sui bambini indaco).
Rifiuta di ammettere di avere fame, arriva a negare la realtà di un figlio reso- a pochi mesi di vita- insonne e apatico, incapace di camminare.
Cieca ad ogni sintomo del dramma che si consuma sotto i suoi occhi, sceglie di affidarsi esclusivamente al proprio "istinto di madre", certa di essere l'unica in grado di prendersi realmente cura di quel bambino speciale.
L'alimentazione -o meglio, la non alimentazione- gioca un ruolo fondamentale in tutta questa vicenda. Si parla di digiuno ma anche di assunzione di cibi quasi esclusivamente liquidi, di grossi quantitativi d'acqua atta a "purificare" e saziare, riempire lo stomaco.
Isabel/Mina smette di ingerire cibi solidi fino a che, scartando "ogni giorno un nuovo cibo avvelenato", non le rimane quasi più nulla di cui nutrirsi.
Abluzioni intestinali, "diete estreme detossicanti, realizzare l'ideale di un'igiene perfetta", pasti a base di fette di cetriolo, cubetti di avocado, fichi e succo di datteri.
Lei arriva a pesare 38 chili, il bambino continua a piangere per la fame: "quella non era fame e quelli non erano pianti, sosteneva lei. Era il modo in cui i bambini rafforzavano le vie respiratorie".
Questa storia di estrema sofferenza non manca di turbare il lettore/spettatore; eppure -sostengono sia Franzoso che Costanzo- la storia di Isabel/Mina è narrata con delicatezza e massimo rispetto, senza intento alcuno di condannare o giudicare.
Peccato che propositi così nobili siano di fatto traditi da tutti quegli indizi, che si insinuano tra le pagine del romanzo e le sequenze del film, atti a condurre il pubblico a un'unica, facile conclusione: Isabel/Mina è una donna "malata" perché è vegana. Come a dire: da vegana a ortoressica, il passo è breve e consequenziale.
Eccoci ancora una volta di fronte alla stigmatizzazione della scelta vegan, etichettata dai media e da certa parte dell'opinione pubblica come deviante, estrema e pericolosa, da non emulare.
Ne è convinto Saverio Costanzo, attento a chiarire che "chi fa scelte radicali tende a diventarlo sempre di più". La pensa evidentemente alla stessa maniera Marco Franzoso, che affronta il complesso tema del disturbo alimentare legandolo a doppio filo con una personale quanto discutibile visione del veganismo.
Nel romanzo, per rafforzare questa credenza e in mancanza di una sincera comprensione di cosa realmente significhi essere vegan, si sceglie di battere la ben più comoda strada dei luoghi comuni: ecco che la protagonista, da vegana quale la si vuol dipingere, non può che lavorare in erboristeria, ascoltare musica etnica, dormire su un tatami, bere tisane al timo, frequentare un corso di yoga prenatale, affidarsi a un'esperta di pulizia dell'aura, disporre candele in casa seguendo la disciplina del feng shui, consultare pediatri alternativi, steineriani, olistici, new age, prediligere negozi biologici con "cassiere fondatrici di siti internet sul veganesimo", credere in santoni e guaritori delle cui foto riempire ogni angolo della casa, bere acqua magnetizzata, contare ossessivamente i ripetitori dei cellulari durante i viaggi in auto.
E' vegana, per cui -avrà pensato Franzoso- va da sé che debba vivere in una casa che risuona di musica di corni tibetani, arredata con tende bianche di lino biologico e tappeti acquistati in un mercatino equosolidale, profumata di incenso fatto arrivare per posta aerea da Ceylon. La sua condizione di vegana non può (sempre nell'immaginazione dell'autore) che trasformarla in persona fobica passivo-aggressiva, madre ossessionata dal digiuno, dalla purezza, dal "nutrirsi di luce".
Ella decide per sé e per il figlio, e Franzoso non manca di sottolineare come lo svezzamento del bambino sia "rigorosamente naturale, biodinamico, vegano, crudista."
Costanzo omette molti di questi dettagli, forse per una scelta di sintesi soggetta a esigenze cinematografiche.
Tuttavia ciò non lo esime dal giudicare, nonostante egli dichiari il contrario.
Il suo voler trasporre cinematograficamente questa storia, facendola conoscere al grande pubblico, rappresenta di per sé un giudizio sul veganismo.
La dichiarazione stessa "chi fa scelte scelte radicali diventa intollerabilmente radicale, e l’ideologia ha ucciso milioni di persone", ripresa in tutte le recensioni del film, è un giudizio senza appello.
Di fronte a uno scenario così disarmante possiamo solo replicare affermando che l'arte, in tutte le sue forme, ha una grande responsabilità; essa veicola messaggi e sensazioni capaci di esercitare un forte influsso su quanti, come lettori o spettatori, vi si avvicinano.
Ridurre la scelta vegan a disturbo alimentare significa prendersi la responsabilità di un messaggio disonesto, oltre che pericoloso e fuorviante.
Non stiamo parlando di un'ideologia, di una condizione "estrema e radicale", né di una disciplina o di una dieta, e di certo essa non contempla il nutrirsi di soli cetrioli, datteri e polpa di avocado.
Essere vegan significa compiere scelte consapevoli (non soltanto alimentari) nel più profondo rispetto della vita di chiunque.
Se- a detta di Costanzo- chi fa scelte radicali diventa sordo, ci chiediamo quante persone "equilibrate, misurate, moderate" (al contrario degli "estremisti vegani") si ostinino ad essere ancora così sorde al lamento di morte degli animali.
Perché se, come lui afferma, l’ideologia di qualunque tipo ha ucciso milioni di persone, noi siamo a ricordare che il sistema in cui viviamo uccide da sempre miliardi di animali non umani, ad ogni latitudine e sotto qualsiasi ideologia.
Per quanto invece concerne la nostra specie, ricordiamo a Franzoso e Costanzo (nel caso non ne fossero a conoscenza) che più di 100.000 minori, solo in Italia, sono in carico ai servizi sociali a causa di abusi o maltrattamento.
I genitori saranno per caso vegani?
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