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lunedì 18 settembre 2017

A proposito degli asini a Pordenonelegge

dalla pagina Facebook di Pordenonelegge


Pubblichiamo il Comunicato Stampa del 16 settembre sulla presenza degli asini in occasione della rassegna letteraria Pordenonelegge, edizione 2017

Da qualche anno, in occasione di  Pordenonelegge,  è nata la consuetudine di utilizzare degli asini per trasportare una qualche sorta di biblioteca mobile. 


Questa edizione, che nel manifesto espone il volto di un asino di una locale cooperativa sociale, ha offerto una notevole spinta per alimentare quella che sta diventando una vera e propria tradizione. 

Consapevoli di questo rischio abbiamo, nelle scorse settimane, rivolto un appello al direttivo della fondazione Pordenonelegge, affinché non assoldassero quelli che vengono in gergo chiamati "asinari".  O, se ne fossero arrivati spontaneamente, che non fosse loro dato spazio mediatico. 

Abbiamo ricevuto una mail di rassicurazioni: la fondazione non ha mai ingaggiato animali e non intende farlo. Nonostante questa rassicurazione ci avesse dato l'impressione, neppure tanto vaga, di essere stati velocemente liquidati, ci siamo mostrati fiduciosi. Sbagliando. 

Non solo gli asini sono stati portati in piazza da una cooperativa - a portata di selfie e a portata di mano di chiunque volesse toccarli- ma le immagini e le scene sono state utilizzate dai canali ufficiali dell'evento, i cui promotori si sono dimostrati ben pronti a "cavalcare" l'asino. 

In una di queste condivisioni leggiamo "tanti asini, tanti libri, tanta gente, tanto tanto amore". 
Meno male che non si voleva mostrare il fianco ai luoghi comuni! 

Desideriamo ribadire alla direzione di Pordenonelegge che dare spazio e sfruttare il ritorno d'immagine degli asini equivale, dal punto di vista degli asini stessi, ad aver pagato qualcuno che li portasse in piazza. 
Tra l'altro molte persone da noi interpellate hanno inteso la presenza degli asini come parte integrante della manifestazione. Questo a riprova che sarebbe stata doverosa 
una presa di posizione da parte dell'organizzazione. Ma perché prendere posizione quando si può trarne un beneficio? 

Non è finita. In un articolo apparso ieri sulla stampa si favoleggiava sui veri e propri provini per il materiale promozionale, ai quali sono stati fatti partecipare 6/7 asini. 
Riteniamo a questo punto doveroso pronunciarci anche su questa ulteriore forma di sfruttamento, sulla quale avevamo inizialmente sorvolato. 

A nostro avviso sarebbe importante per un evento che si fa portatore di cultura, come lo è Pordenonelegge, non dover poi mostrarsi così impermeabile a importanti questioni di etica animale. Questioni che invece dovrebbero essere prioritarie nel momento in cui si decide di avvicinarsi a una soggettività animale, ferma restando la nostra contrarietà a ogni loro utilizzo per qualsivoglia destinazione d'uso. 

Purtroppo anche quest'anno la volontà degli asini è rimasta inascoltata. Anche quest'anno forte e chiaro è stato lanciato il messaggio che gli animali possono essere usati come mezzo pubblicitario, come diversivo, come palliativo e contorno alle manifestazioni umane.
Chiediamo, quantomeno, che durante i rimanenti giorni di questa rassegna non siano più usati foto e video degli asini sui social. 
Un invito che ci auguriamo non venga cestinato e in risposta al quale 
non vorremmo essere -ancora una volta- vanamente rassicurati. 

Qui sotto, per dovere di completezza, l'appello inviato a Pordenonelegge a inizio settembre (sottoscritto dalla nostra associazione assieme a LAV, Learning Animals
e diverse altre firme di cittadini, scrittori, filosofi e docenti di zooantropologia:


Gentile direzione di pordenonelegge.it, tra poche settimane inizierà l’edizione 2017 della manifestazione.
Vi scriviamo per scongiurare quello che negli ultimi anni è diventato un fenomeno sempre più presente in moltissime manifestazioni, ovvero la partecipazione di Cooperative Sociali, Onlus, proprietari o allevatori che portano uno o più asini utilizzandoli al fine di offrire i più disparati servizi per lo svago di bambini e adulti. Recentemente si sono visti questi animali usati come biblioteca ambulante, usati per passeggiate, per il traino di calessi e carrozze, per l’avvicinamento dei bambini all’equitazione. In ogni caso, asini usati.
Il cartellone pordenonelegge.it di quest’anno raffigura proprio un asino.
Probabilmente non è in programma nessuna loro prestazione – cosa che speriamo vivamente – ma avendo assistito a un incremento vertiginoso dell’uso di asini in moltissimi eventi, abbiamo ritenuto doveroso scrivervi. In primo luogo per salvaguardare gli asini, ma anche con l’intento di portare un nostro contribuito ad una manifestazione che nasce come invito alla lettura, alla conoscenza e all’immaginazione, una manifestazione che non dovrebbe lasciare spazio a momenti dallo scarsissimo valore esperienziale. Anzi, con un valore esperienziale sostanzialmente negativo per tutte le parti in gioco.
Vogliamo evidenziare che in nessun modo l’impiego degli asini rappresenterà un momento culturale di crescita, né per gli adulti, né per i bambini ma tanto meno per gli asini stessi, che subiranno la folla e le centinaia di richieste performative come un vero e proprio abuso. Un abuso silenzioso e poco visibile, ma certamente molto, molto impattante.
Sicuramente verrà detto che sono abituati a “lavorare”: ebbene, il fatto che siano abituati ad essere oggettificati, non cancella il problema, anzi lo rende ancora più grave.
Sicuramente verrà anche detto che avvicinare i bambini a questi animali servirà a far crescere in loro il rispetto per l’animale: riteniamo che non sia così.
L’esibizione di animali non può essere considerata come una condivisione di vita vissuta, poiché rappresenta per l’asino solo l’ennesima situazione in cui gli verrà negata la scelta se interagire o meno con l’umano; e per i bambini un precedente culturale deleterio nel proprio delicato punto di vista sull’animalità. Un punto di vista che andrebbe il più possibile preservato, ma che a causa di questi ripetuti e superficiali contatti viene smantellato in favore di una visione dell’animale spesso veicolata dalle aspettative degli adulti e inquinata dai concetti di fruizione e utilità.
Riteniamo che negare oggi lo spazio che pretenderanno questi personaggi, sarà un momento importante di crescita, una presa di posizione decisiva affinché uno dei più importanti appuntamenti della nostra città possa indirettamente prendersi cura anche dell’animalità, mantenendo alta la qualità e i contenuti della manifestazione, il cui focus rimarrà l’incontro con gli autori e gli editori e non l’offerta di discutibili attività ricreative per famiglie e bambini.
Abbiamo rivolto questo invito direttamente a voi in quanto organizzatori dell’evento, ma allo stesso tempo siamo consapevoli del fatto che qualcuno potrebbe partecipare con gli asini a titolo personale, con la sola autorizzazione del Comune di Pordenone. Tuttavia, proprio per l’importanza e la complessità dell’organizzazione di una manifestazione così imponente, immaginiamo che qualsiasi richiesta di occupazione di suolo pubblico nell’area adibita all’evento vi verrà comunicata da parte del Comune. Quello che vi chiediamo, anche in questo caso, è di non concedere loro lo spazio che richiedono.

Vi ringraziamo per l’attenzione e confidiamo in una collaborazione in tal senso. Siamo disponibili per qualsiasi chiarimento in merito e restiamo in attesa di un vostro cortese riscontro.

Un grazie speciale ad Andrea Gaspardo per aver promosso e curato questo appello.



giovedì 10 agosto 2017

Corsa degli asini di Porcia, gli asini dicono NO. Sosteniamoli

la corsa degli asini di Porcia (PN) - edizione 2016


A Porcia, località in provincia di Pordenone, in occasione della Sagra dell'Assunta, si svolge la
"115^ edizione della CORSA DEGLI ASINI" (evento in programma lunedì 14 agosto 2017 alle ore 19.30).

Negli anni passati era consuetudine terminare la corsa facendo salire il vincitore della competizione attraverso un angusto corridoio- che sale a spirale- fin sulla terrazza della torre campanaria; più che di un premio si dovrebbe parlare quindi di una condanna. Grazie alle pressioni di molti, che vedevano in questo una grave forma di sopruso, il parroco alla fine si è visto costretto a rinunciare almeno a quest'estremo barbaro atto.
Ma purtroppo la corsa continua, e così, anche quest'anno, un gruppo di asini sbarcherà (e non certo per miracolo) a Porcia.
Ci ritroveremo ad assistere alle gesta di un gruppo di giovanotti del luogo che, nell’allegria di un tardo pomeriggio d’estate, giocano a fare i cowboys.
Immancabile sarà, anche quest'anno, la difesa a spada tratta del parroco, pronto a dare lezioni di etologia e ad insegnarci che durante la corsa di Porcia gli animali si divertono e che non sono sottoposti ad alcuna forma di costrizione.
Abbiamo assistito a diverse edizioni della corsa, e lo spettacolo è sempre stato veramente penoso: asini strattonati con le redini, fantini che a peso morto rimbalzavano pesanti e a casaccio sul dorso degli animali... questi ragazzi non hanno la minima idea di ciò che stanno facendo, dei dolori- fisici e mentali- a cui stanno sottoponendo le malcapitate creature.
Come da "tradizione", il 14 agosto gli asini saranno costretti a correre per la gioia di un sempre più sparuto pubblico. Uno spettacolo di sopraffazione in chiave goliardica. Grasse risate innanzi al loro disagio, alla loro sofferenza, ai loro gesti di ribellione.

Abbiamo lanciato una MAILBOMBING per dare sostegno alla loro chiara volontà, chiedendo al parroco di Porcia e al Comune l'abolizione di questa tristissima corsa che - lo sottolineiamo- è alla sua centoquindicesima edizione.

a questo link l'evento 
Per approfondimenti sulla corsa degli asini di Porcia vi invitiamo a leggere quanto pubblicato nel nostro blog in occasione della scorsa edizione:

E, dal momento che i migliori testimoni sono gli asini che hanno avuto la sfortuna di partecipare alle precedenti edizioni della corsa di Porcia, lasciamo loro la parola.
Immagini che parlano da sole:
https://goo.gl/tznam7
https://goo.gl/vrczbU
Il Sindaco di Porcia sceglie di difendere la corsa degli asini. 

Messaggero Veneto, martedì 8 agosto


Facciamo un po' di chiarezza:
Ai presunti difensori degli asini, che criticano la presenza di asini non purliliesi, facciamo notare che vivere in loco non garantirebbe loro alcunché. Stiamo parlando di orgoglio paesano o di maltrattamento animale?
A chi adduce come motivazione "che gli asinelli non sono avvezzi alla monta, come i fantini", facciamo presente che l'essere assuefatto (sinonimo di avvezzo) alla monta è condizione derivante da subdole e pesanti forme di condizionamento. Avvezzi o non avvezzi, sempre e comunque di individui schiavi e abusati stiamo parlando.
Inoltre, anche se noi in primis abbiamo fortemente criticato - e ampiamente documentato - i dolori inflitti e i danni arrecati agli asini durante la corsa dagli sprovveduti cowboys paesani, non per questo riteniamo che tra le natiche di chi è avvezzo alla monta potrebbero in qualche modo passarsela meglio. Differenti abusi? Forse, ma pur sempre di abusi si tratta.

Infine, ricordiamo che parlare di sfruttamento rispettoso è un ossimoro.
Che vengano lasciati in pace, questo chiediamo.
Al sindaco di Porcia che, pur non prendendo parte attiva all'organizzazione della corsa, sceglie di assumerne incondizionata (e disinformata) difesa attraverso un appoggio morale che ha un peso da non sottovalutare, rendendosi pertanto complice di quello che è a tutti gli effetti un maltrattamento, diciamo che l'essere "in un periodo di rivalutazione di questi animali" non è presupposto che arreca benefici agli asini. Anzi, sull'onda delle mode, le realtà dedite allo sfruttamento degli asini stanno aumentando a dismisura.

Evidentemente Porcia non intende perdere la ghiotta occasione.
Perché tirarsi indietro e perdere una consolidata tradizione di sfruttamento proprio ora?


mercoledì 7 dicembre 2016

Jumping Pordenone e quel binomio tra politica e commercianti di vite


L'ippica non è uno sport.
L'ippica è un'industria impietosa quanto subdola.
Un mercato di vite che, dalle corse, alle lezioni di monta, alle passeggiate organizzate dai maneggi, all'ippoterapia (ultimo impiego prima del macello per molti), continua ad essere avvolto da una nebbia compiacente che cela immani sofferenze.
Un settore fortemente in crisi che cerca rilancio e che, grazie al sostegno della "Regione FVG, del Comune di Pordenone, della Fiera di Pordenone", ha trovato spazi, modi e finanziamenti per tentare una nuova ascesa.
Ed è così che a dicembre Pordenone ospiterà negli spazi dell'Ente Fiera il Jumping Pordenone. Due fine settimana dedicati principalmente al salto ostacoli (la conta dei danni fisici arrecati ai cavalli da questa triste pratica la si vedrà, chi la vedrà, immancabile con il tempo), dai Campionati Regionali FVG al Concorso Nazionale di Salto Ostacoli 6 stelle, senza perdere occasione - con il "battesimo della sella"- per avvicinare nuovi potenziali clienti: bambini e persone "diversamente abili".
L'industria ippica, va detto, quando si tratta di sfruttamento non disdegna nessuno e non applica distinguo. Cavalli, bambini e persone "diversamente abili", ciascuno utile a suo modo, i primi per le loro prestazioni, gli altri per denaro. O siamo convinti che sia per il bene del bambino che gli si fa credere che strumenti creati appositamente per infliggere dolore come il morso, il frustino, gli speroni, siano innocui?
Che il raggiungimento, come obiettivo, del pieno controllo di mente e corpo di qualcuno, incuranti delle sue reali esigenze e desideri, sia una forma di relazione? Che un individuo possa essere sostituito quando non è più performante (esattamente come si fa con una moto o una macchina da corsa) senza che questo possa arrecare dolore? Che si possa porre rimedio alla sistematica distruzione del corpo e della mente, conseguenza delle prestazioni richieste e della vita imposta, solo perché non ne vedremo le conseguenze?
Siamo veramente convinti che far credere a un bambino tutto questo non sia un modo per lucrare, oltre che sul cavallo, su di lui e sulle aspettative e ambizioni della sua famiglia?
Siamo anche dell'opinione che far salire una persona "diversamente abile" sulla groppa di un cavallo, un "buon cavallo" adatto per l'ippoterapia (che altro non è che un cavallo a fine carriera, troppo stanco, troppo rotto per dire di no) vendendogli l'illusione di contatti e relazioni graditi, di sinceri scambi, non sia una forma cinica e insensibile di sfruttamento, del cavallo e della persona - suo malgrado - "diversamente sfruttabile"?

Si sono dette tante parole a difesa dell'indifendibile, e altrettante ne sentiremo. La realtà è sotto gli occhi, nonostante le tante menzogne e ipocrisie. La realtà sono i cavalli, che continuiamo a non guardare anche se loro non smettono mai di comunicare disagi, volontà e desideri, per quel che possono, considerati la sproporzione di forze e i metodi (più o meno subdoli, più o meno visibili, sempre invasivi) di costrizione.
Allevati per essere venduti al miglior offerente, la maggior parte di loro vivrà una breve vita passando di mano in mano, di luogo in luogo, di "proprietario" in "proprietario", a seconda della prestazione che il suo corpo, reso giorno dopo giorno sempre più inabile, potrà offrire.
Strappati alle loro sicurezze, ai loro affetti (sempre che sia stata data loro la possibilità di intessere relazioni), spaccati nel corpo e nella mente, deprivati di tutto ciò che non sia strettamente necessario alla loro sopravvivenza e resa.


Le parole del vicepresidente Sergio Bolzonello: "faremo della città un polo nazionale del settore", l'intento dichiarato (e non solo, visti i lauti finanziamenti) di dar sostegno a quest'industria della sofferenza, ci lascia interdetti, seppur non stupiti.
L'ignoranza non è una colpa, l'ostinazione a non informarsi è una responsabilità.


Per approfondimenti:
Fiera di Pordenone, dicembre 2014: Jumping Christmas - Concorso Indoor di Salto Ostacoli.
Un'investigazione tra ciò che avviene sotto gli occhi di tutti, alla ricerca di uno sguardo incondizionato capace di non confondere il dominio con l'amicizia , il sopruso e il dolore con la relazione.
Testi a cura di Egon Botteghi, ex istruttore FISE (Federazione Italiana Sport Equestri), specializzato anche in Terapia Per Mezzo Del Cavallo (Ippoterapia). Ha svolto opera professionale nell'ambiente dell'equitazione sportiva e dell'ippica per 25 anni, lavorando per dieci anni anche come artiere a cavallo in alcune scuderie di cavalli da corsa al galoppo ed al trotto.
Ha cessato la sua attività nel 2008 per motivazione etiche, chiudendo il centro ippico che stava gestendo e co-fondando un rifugio per animali da reddito, di cui è stato presidente fino al 2012.
Per saperne di più, questa la testimonianza di Egon Botteghi per antispecismo.net: http://goo.gl/cL7BEn


venerdì 26 agosto 2016

Asini

Lady Chatterley 


[...] il gambero è un frutto del mare, te lo puoi 
fare sia arrosto, bollito, grigliato, al forno, 
saltato, c'è lo spiedino di gamberi, gamberi con 
cipolle [...] zuppa di gamberi, gamberi fritti in 
padella, con la pastella, a bagnomaria, gamberi 
con le patate, gamberi al limone, gamberi 
strapazzati, gamberi al pepe [...] minestra di 
gamberi, stufato di gamberi, gamberi 
all'insalata, gamberi e patatine, polpette di 
gamberi, tramezzini coi gamberi... e questo è 
tutto mi pare. (Bubba sui mille usi dei gamberi ­ 
Forrest Gump ­ 1994) 


Asini . Riflessivi, riservati, sensibili. Asini che mostrano un’attenzione profonda ai propri spazi, una radicata esigenza di tutelare la propria privacy, l’integrità del proprio corpo e delle proprie emozioni. Asini che a volte cercano la tua vicinanza, altre volte la schivano per lunghi mesi. Asini che attraversano periodi di entusiasmo e periodi di toccante tristezza, per motivi che non ci sarà mai dato di conoscere. Asini che arrivano a lasciarsi morire per la perdita di un amico. Asini innamorati, asini divertiti e traboccanti di vita e curiosità.

Rifugio del Cavallo di Montereale Valcellina


Così sono gli asini che conosco.
Sono tre: Galileo, Palmira e Lady Chatterley. Abitano al Rifugio del Cavallo di Montereale Valcellina. Hanno la grande fortuna di poter dare voce a tutte queste espressioni e di poterle vivere pienamente. Sono animali che si svelano a poco a poco. Un po’ come i gatti, hanno la propensione a diffidare (a ragion veduta) di qualsiasi prestazione venga loro richiesta. Per iniziare un momento di dialogo con loro è condizione indispensabile, ma non sufficiente, quella di abbandonare ogni aspettativa nei loro confronti.

Ma gli asini sono molto altro ancora. Allo stato brado sono fieri, intrepidi, pieni di spinta vitale e integrità individuale e di gruppo. Se impossibilitati ad avere per sé e per il proprio branco uno spazio adeguato a vivere una vita propria, con lucidità ci chiedono quanto meno che vengano tenute in considerazione e rispettate le proprie irrinunciabili esigenze sociali.

La maggior parte degli asini non ha queste opportunità e mai le avrà.
La maggior parte di loro, quando va bene, lavora per avere salva la vita. Guardiamoci attorno. Nel periodo estivo ogni settimana c’è un evento che coinvolge gli asini. Sempre più spesso. Più passano gli anni e maggiore è il carico di lavoro che viene loro richiesto.

corsa degli asini


Ce n’è per tutti i gusti: asini che tirano la carrozza con i bambini. Bambini che prendono il patentino per cavalcare l’asino. Asini montati durante il palio per qualche festa cattolica dedicata alla Madonna. Asini – esausti – produttori di benessere umano nella onoterapia , una forma di ​ pet therapy assai diffusa in Francia, Stati Uniti e Svizzera che sta iniziando a riscuotere successo anche in Italia.

Asini usati in campagna elettorale per sostenere il candidato sindaco di turno. Asini citati in tali occasioni come ​ "un modo alternativo ed ecologico per spostarsi in città".

Che dire dei tanti nostalgici dei bei tempi in cui gli alpini andavano in guerra con gli asini?
Asini vittime innocenti, eroi loro malgrado, patrioti per forza di uno stato che non avrebbero mai voluto servire.
Per colmare questa nostalgia ci siamo allora inventati le rappresentazioni storiche, dove sicuramente non possono mancare i mansueti e testardi asini.
O i presepi viventi, così simili ai nostri presepi di plastica da non poter esistere senza la presenza di un asino.

Gli asini contribuiscono persino al rilancio del turismo. Tra le vacanze più diffuse nell’estate della crisi, a quanto pare, c’è infatti il trekking sommeggiato . In queste eco gite l’asino diventa naturalmente (cit.) il "miglior amico del camminatore" . Poco importa se noi rappresentiamo poco e nulla per lui se non, nella migliore delle ipotesi, una pesante seccatura. Nella peggiore delle ipotesi, invece, una vera e propria tortura.

E ancora, lezioni di equitazione per i più piccoli ("gli asini sono meglio dei pony per apprendere i primi rudimenti di questa disciplina").
O gli asini porta­zaini; gli asini taglia­erba, dimenticati in un prato ai bordi della statale al loro destino da qualche assessore trevigiano.

Asine produttrici di latte per umani: per il latte d’asina, panacea per le allergie al latte vaccino e per gli anziani. Ed è già boom.
E non dimentichiamo la carne di asino, perché l’asino è buono anche da morto. Non è raro trovare agriturismi che promuovono l’avvicinamento coatto agli asini per poi servirne il corpo per cena.

Agli asini si trova sempre qualcosa da fare, fosse anche morire.

Gli asini in realtà non perdono occasione per comunicarci in ogni modo il loro totale disaccordo.
Ma ogni segnale è disatteso sistematicamente, negato e spesso deriso.
Ogni disobbedienza è punita con il dolore.

Riporto da un sito ​ http://peekabootravelbaby.it/asini­e­bambini​ :

Si dice Asino (ma anche Somaro o Ciuco!) e si intende esprimere una connotazione negativa, a volte quasi dispregiativa, eppure negli ultimi anni c’è stata una riscoperta della figura dell’asino: grazie alla diffusione dell’onoterapia e della riscoperta dell’utilità del latte di asina, l’asino da simbolo d’ignoranza assurge agli onori divenendo il protagonista su cui si fonde una terapia. 

“Assurgere agli onori”, perché l’uomo ha (ri)scoperto utilità che erano andate dimenticate. Così diventa opinione comune che con gli asini si possa fare di tutto per il fatto che, si vuol credere, se lo lasciano fare.
"È il loro destino". Perché i cavalli, che pur condividono la loro triste sorte, sono piuttosto pericolosi se qualcosa va storto. Nessun genitore sano di mente metterebbe un bambino di quattro anni sopra un cavallo.
Ma cadere dall’asino sembra essere indolore.
Destini e dicerie creati ad arte, fondati su false verità, con l'esclusivo scopo lanciare nuovi settori dello sfruttamento animale. Indolore sarà di certo l'introito economico di chi promuove queste attività. Il massimo dell'aspirazione concessa agli asini sfruttati sarà una dolorosa vita al servizio di chi, quando non li riterrà più utili per il lavoro, saprà ricavare da loro un'ultimo tornaconto avviandoli al "buon vecchio" macello.

Abbiamo così trovato l’animale perfetto per ogni esigenza.
Docile quel tanto che basta per le esigenze delle famiglie, buffo quel tanto che basta per rassicurarci che sì, effettivamente, siamo più svegli noi.
Perché gli asini hanno sempre questa espressione goffa che li rende meno degni e nobili dei cavalli.
Cavalli, ai quali, per inciso, viene riservato un trattamento sostanzialmente identico. Con una sola differenza. Quando diventerà illegale macellare cavalli, perché è poco romantico ucciderne uno per mangiarlo, è probabile che pochi si ricorderanno degli asini, che invece nella nostra scala del romanticismo sono un gradino sotto ai cavalli.

Che ne è della loro privacy? Della loro attenzione per le distanze? Della loro sensibilità? Della loro fierezza? Della loro esigenze sociali?
Che ne è di quello che ci avrebbero potuto insegnare gli asini sul proprio essere asino, se solo li avessimo incontrati senza il carico di tanti pregiudizi e senza la mediazione dei nostri sacri e intoccabili bisogni?

C’è ancora tutto, intatto. Ma nascosto, doloroso, sotterrato con cura dietro quei destini spezzati. Ogni volta che mettiamo nostro figlio sopra un asino, seduto nel calesse, ogni volta che sosteniamo manifestazioni con asini (ma ovviamente lo stesso discorso vale per ogni animale senza distinzione di razza e specie) stiamo contribuendo a gettare un altro strato di cemento sopra l’animalità sepolta di ogni singolo individuo e di ogni gruppo sociale.
Ogni strato è nuovo dolore, rinnovato, più sordo, più intenso, fino ad arrivare al grado massimo: l’apatia, l’assenza. Ultima difesa nei confronti del furto cui sono vittime.

Ogni domenica pomeriggio, quell’asino sarà un po’ meno asino.
Quel bambino sarà un po’ meno bambino.
Ci sveglieremo lunedì mattina più adulti, più cinici, insensibili, freddi, apatici e infelici, pronti a essere efficienti e produttivi, umani e asini.

Andrea Gaspardo


domenica 14 agosto 2016

Le bugie hanno il naso lungo


Corsa degli asini di Porcia (PN)

Ma qualcuno ha avvisato don Fort che non si dicono le bugie? 

«...Quindi, al momento della corsa vera e propria, che viene effettuata da gente giovane e poco pesante, si vieta l’uso di frustini e si monta a pelo, senza briglie».
(fonte: http://goo.gl/TALVQO )


 "poco pesante"?

Infatti l'anno scorso "gente giovane poco pesante" ha rischiato di spaccare la schiena (di certo procurava non pochi dolori e danni) ad un piccolo asinello; e dov'erano i veterinari che avrebbero dovuto garantire il "massimo rispetto" degli asini? (presenze che dovrebbero rassicurarci e rassicurare gli asini?).

 Quel che è loro "sfuggito" però non è sfuggito a noi, fatti non parole, documentati e resi pubblici.  
 Da notare la "leggerezza" del ragazzo con la maglia numero 9, le salite a peso morto, la camminata barcollante dell'asinello che faticava a reggere il pesante fardello; come se non bastasse, dal momento che il giovanotto non riusciva a "dominare a dovere" l'animale, finendo con il farsi disarcionare, gli organizzatori hanno ben pensato di sostituirlo con un altro giovane (numero 6), non certo più leggero, ma di sicuro più abile nell'imporsi, governare, costringere.

Per rimanere in tema di bugie, ci chiediamo anche come don Fort possa permettersi di dichiarare che gli asini vengono montati "senza briglie", senza timore alcuno di essere sconfessato ...briglie e morso c'erano eccome, e a ricordarlo agli asini i continui dolorosi strattoni.

E comunque, fatti - gravi - a parte (troppi per essere elencati tutti in questo post), resta il fatto che, durante tutto il tempo della corsa, gli asini hanno fatto capire con tutte le loro forze che non volevano partecipare al violento gioco cui erano costretti. 
Un penoso e triste spettacolo di sopraffazione che, a parere di don Fort, dovrebbe trasmettere ai giovani il rispetto nei confronti degli animali.
Sarà mai possibile? Le parole del bambino che, fuori campo grida: "Gabriele, dagli un calcio" la dicono lunga sul tipo di messaggi che queste manifestazioni trasmettono.

Le dichiarazioni di don Fort non stupiscono affatto, parole spese da chi si è ben definito "cristiano amante degli animali" (a dimostrazione di questo gli scatti fotografici del don circondato dai "suoi" tanto amati uccellini, prigionieri rinchiusi in gabbia).
Dimostrare passione e provare compassione sono concetti ben diversi, che a volte - e questo è il caso - possono risultare antitetici.
La compassione non contempla mai il possesso e l'abuso.

lunedì 21 dicembre 2015

Morire dentro lavorando...per sport

Butteri con vacche maremmane negli anni 50
foto: 
Wikipedia


"World Association for Working Equitation" è un'associazione che promuove la competizione sportiva tra stili tradizionali di monta da lavoro usato in diversi paesi.

Messaggero Veneto, 20 dicembre 2015


Il cerchio si chiude.

Dal cavallo domato con metodi coercitivi e spesso brutali per fini principalmente agricoli o comunque di utilità antropocentrica, all'equitazione sportiva, passatempo per ricchi e potenti annoiati, con addestramenti via via sempre più "dolci" nella forma ma ancora più brutali nel condizionamento psicologico.

Nella Working Equitation è il peggio dei due mondi che si unisce: un addestramento sottile (per dormire bene di notte, certo!) ma un condizionamento che riduce il cavallo ad una caricatura impotente e che richiede allo stesso tempo performance di precisione, ma finimenti e monte che per qualche insano desiderio dell'uomo, devono richiamare quelle dei "nostri antenati" che lavoravano la terra o dominavano il bestiame.


Tori con mandriano in Camargue
foto: Wikipedia


Tutto questo castello costruito sullo sfruttamento, lascia uno strascico di domande: in primo luogo, cosa vogliono i cavalli?
Inoltre, perché far pagare loro il prezzo delle psicosi identitarie dell'uomo?

Andrea Gaspardo per AFVG 

domenica 9 agosto 2015

La "complicità del binomio" e il cavallo che saltava gli ostacoli da solo


Qualche giorno fa abbiamo ricevuto una mail a commento del nostro video "Sport equestri: uno sguardo su un concorso indoor di salto ostacoli". Si tratta di una serie di riflessioni che desideriamo pubblicare, nel rispetto dell'anonimato dell'autore della mail, perché rappresentative del punto di vista di tante persone legate al mondo degli sport equestri. 
Siamo molto grati a Egon Botteghi per la risposta data a questa persona, puntuale come sempre, toccante e ancora una volta importante in tutte le sue sfumature. Desideriamo condividerla con voi lettori di questo blog, augurandoci sia un'occasione per tenere alta l'attenzione su una pratica di sfruttamento ancora troppo poco messa in discussione. 

Buon pomeriggio,
Vi contatto perché appena ho visto il video pubblicato da voi su YouTube, ho subito sentito il dovere di scrivervi, far sentire la mia opinione.
Guardando il video, ho provato molto fastidio. Ma non verso le cose che avete filmato, verso quello che avete detto.
Mi spiego meglio: molte cose le ho trovate false, un accanimento verso questo sport, che se praticato a dovere, è uno sport SPLENDIDO. Pratico la disciplina del salto ostacoli da svariati anni, con istruttori che mi hanno SEMPRE insegnato che il cavallo non è un giocattolo o un divertimento personale, ma è un animale esigente.
Non mi è MAI stato insegnato di impartire dolore a questo animale, anzi, ogni volta il mio istruttore cerca di correggere ogni allievo per raggiungere un livello di rispetto reciproco, senza usare forza, strattoni eccetera. 

Ma tornando al video, io ho partecipato a Pordenone, quindi mi sento presa in causa.
Le esigenze dei cavalli ormai sono cambiate, da tantissimo tempo, se non ci si è accorti. Comunque, se un cavallo passa tre giorni non significa che passi tutta la vita al chiuso-.
MOLTI maneggi hanno paddock sufficienti.... La natura del cavallo ormai è cambiata. Da quando abbiamo deciso di addestrare i cavalli sin dall'antichità abbiamo preso la responsabilità di togliere loro la totale libertà. Ora, moltissimi cavalli, non saltano solo perché costretti, ma perché lo sentono come istinto, è nel loro sangue, hanno il cuore per saltare! Non è vero che i cavalli agiscono per estremo condizionamento secondo me. Anzi, tanti cavallo prendono iniziativa, portando con se il cavaliere. Spesso, si tratta di complicità del binomio

I tentativi di ribellione sgroppate ecc... Non sono solo nei concorsi indoor... Anche in passeggiata, posso esserci rumori strani, per cui scartano, o uccellini che escono all'improvviso... 
Altro errore.... Il paraorecchie è stato creato per riparare le orecchie da insetti, mosche... Che potrebbero dare fastidio. Nonché sono anche estetiche, di colori diversi... Poi, ci sono quelle ovattate, per cavalli sensibili... Create apposta per non far soffrire il cavallo.
Non è vero che la frusta (frustino) è usata solo per impartire segni di dolore. Mi è stato insegnato fin da subito che la frusta è solo un metodo di comunicazione, come un allungamento del nostro braccio.
Viene usata per indicare, per chiedere attenzione, per aiutarsi ( Non nego poi che ci siano moltissime persone che fanno un uso improprio di questo oggetto... su questo non sono d'accordo neanche io), e la FISE su questo è molto attenta... Se usi troppo il frustino vieni richiamato, e ci possono essere anche conseguenze.
Può anche essere utilizzata per punire si....Ma, essendo animali che vivono in branco, dove c'è un capo branco... Se si disubbidisce al cavallo capobranco, cosa succede? morsi e calci... Quindi, essendo noi i capi, il frustino è un po' come un segno di comando, no? inoltre, NON E' un oggetto che deve creare dolore.

I passi indietro non sono una punizione, non sempre. Ma ovvio, se si fa qualcosa che non si deve, se non c'è collaborazione, due passi indietro non sono la morte a mio parere. 
Gli sport equestri non autorizzano il dolore.
Se vogliamo dirla bene, autorizzano persone incompetenti a presentarsi in un concorso ippico senza il minimo rispetto del proprio cavallo, questo si. Concludo col dire che è vero, ci sono persone che meriterebbero frustate al posto dei cavalli, ma non ci si può fare nulla.
Sono stata piuttosto amareggiata da questo video, perché non è sempre così lo sport in questione. Basta guardare i più grandi atleti del mondo, a cui ci dovrebbe ispirare, i quali tengono i cavalli nelle migliori condizioni, trattati meglio di atleti olimpionici.

Spero di non essere stata troppo lunga, e spero leggiate TUTTA  la mia mail. 
Grazie.

La risposta :

Salve!
Innanzitutto ti ringrazio per aver scritto e ti ringrazio per il tuo tempo.
Leggere la tua lettera mi da un'ulteriore occasione di ripensare al mio percorso e provo di metterlo ancora una volta a disposizione per rifletterci assieme.
Tu dici subito all'inizio che il video ti ha infastidito non per ciò che si vedeva ma per ciò che si diceva.Capisco perfettamente.
Tu, come amazzone praticante lo sport equestre, conosci bene ciò che le immagini del video mostravano, per averle viste, vissute, esperite tante e tante volte.
Quello che è molto difficile è accettare invece di sentirsi dire ciò che raccontano quelle immagini.
Spogliarsi delle nostre giustificazioni, questo è molto difficile.
E' successo anche a me.
Il momento in cui da istruttore sono diventato ex istruttore, lo devo molto ad un insegnante francese, da cui io credevo di essere andato per imparare ad usare ulteriormente la biteless bridle, e che invece ci ha messo, io e gli altri allievi, di fronte alle nostre responsabilità.
Ci ha mostrato, anche lui attraverso video (di concorsi, di testimonianze di amazzoni) cose che noi conoscevamo benissimo, che praticavamo ogni giorno della nostra vita, e ci ha detto "Io vi metto il naso nella merda, poi voi potete benissimo anche rimanere nella merda, ma non potete più dire che non è merda". 
Perdonami il francesismo, lui era francese e si esprimeva così, ma è stato davvero molto efficace, per chi era pronto ad ascoltare, e ci ha semplicemente messo davanti alle nostre evidenze.
Certo, molti prima di allora mi chiedevano come mai io, che ero un animalista dalla nascita, montassi i cavalli, addirittura quelli da corsa, e se non vedessi in questo una contraddizione e sopratutto non vedessi l'abuso.
Ma io a queste persone avevo pronte tutte le risposte, tutte le mie giustificazioni, che, sofisticamente, trasformavano ciò che era in ciò che non è e mi faceva dormire sogni tranquilli. (se vuoi approfondire la mia storia e puoi leggere questa testimonianza  )
Come leggerai, se ne avrai voglia, vedrai che anch'io, come istruttore, cercavo di insegnare quello che per me era il rispetto assoluto per il cavallo, fino ad arrivare ad avere una scuola ad impostazione "naturale".
Ma innanzitutto ho dovuto arrendermi ad un evidenza: il rispetto assoluto per il cavallo termina quando questo va in collisione con i nostri interessi (che a pensarci bene, nell'equitazione, sono anche futili e non ne va certo della nostra esistenza). Finché il cavallo è un "Good Boy", come dicono gli inglesi, io cerco di andargli incontro, ma cosa succede se si ribella davvero o se le sue "pretese" vanno in contrasto con i suoi "doveri" che noi abbiamo preventivamente (è vero, ormai in secoli di storia e di dominio) deciso per lui/lei?.
Quindi, dopo un lungo percorso, durato anni, in cui ho cercato costantemente di migliorare il sistema di vita dei cavalli che lavoravano con me, sono giunto alla conclusione ( e l'ho fatto anche con un senso di lutto, a volte, perché per me l'equitazione era la vita, il mio mondo) che non sarei mai riuscito a trovare il sistema giusto per fare una cosa sbagliata.
Infine, quando come istruttori correggiamo l'assetto dei praticanti (che non sono nel giusto equilibrio, che hanno le mani troppo forti, che tirano e scalciano) partiamo appunto dal presupposto che il cavallo sta soffrendo. Quindi non si può negare che i cavalli stiano male affinché qualcuno possa imparare ad andare a cavallo.
Nessuno può negare la sofferenza dei cavalli da scuola, che infatti spesso occupano gli ultimi posti nella scala gerarchica che noi abbiamo dei cavalli.
E' come se dovessimo permettere di picchiare qualcuno per far imparare a non usare la violenza.

Ma torniamo a quello che dici del video.

Innanzitutto il fatto che tu sia stata una delle amazzoni che ha partecipato al concorso non è per me indifferente.
E' stato per me infatti motivo di turbamento dover commentare quel video pensando ai cavalieri e d amazzoni coinvolti che si sarebbero rivisti e sentiti giudicati.
E so quanto quel giudizio fa male e sembra caderci in testa come una tegola immeritata, da cui dobbiamo difenderci.
Anch'io, ripeto, sono stato uno di loro, anch'io ho dovuto farmi mettere il naso nella merda da qualcun'altro per capire quello che già sapevo, e so perfettamente che la maggior parte delle persone che monta a cavallo lo fa credendo di amare il proprio e gli altrui cavalli, e pensando di fare il meglio per loro.
Non è una critica sulle intenzioni o sui sentimenti, è una critica a quello che poi succede veramente, cercando di avere la mente alle esigenze dei cavalli.
Tu dici che sono cambiate. In cosa precisamente?
I cavalli sono e continueranno ad essere animali sociali, nati per vivere in grandi spazi aperti, che saprebbero benissimo come vivere la propria vita e come autodeterminarsi (tu stessa dici che gli abbiamo tolto la libertà, e questa è una cosa gravissima).
Tu dici che molti maneggi (certo molto di più di quelli di venti anni fa, ma certo ancora non tutti e temo ancora una minoranza) hanno paddock sufficienti. Sufficienti per cosa? Spesso sono paddock di una manciata di metri a fronte di una animale che avrebbe un habitat grande quanto uno stato americano (sei mai stata a vedere i Mustang liberi in Nevada? E' un viaggio molto istruttivo, che ci fa capire un pò di più l'animale di cui stiamo parlando.)
Quanti sono i cavalli che vivono nel paddock? Spesso e purtroppo uno soltanto, a fronte di una animale costituzionalmente sociale (o pensiamo di avere modificato anche questo? Chiediamolo agli etologi allora, che forse i cavalieri non ne sanno abbastanza, presi come sono solo dall'altezza dell'ostacolo da far superare).
Quante ore della sua giornata passa nel paddock e quali sono gli stimoli che lì riceve per interagire con il proprio ambiente, muoversi, esplorare, come ogni animale sano ha diritto di fare?
Spesso non c'è nessuno stimolo ed il cavallo è lasciato a morire dentro in un ambiente (per lui) completamente deprivato.
Tu dici che i cavalli saltano per istinto, che ce l'hanno nel sangue.
Mi vengono in mente i vecchi manuali di equitazione su cui io ho studiato (e che spero siano superati) per ottenere le prime abilitazioni, in cui c'era scritto che anche una mucca salta fino ad un metro e venti in caso di necessità.
Con questo penseresti ad una mucca come ad un animale nato per saltare, con il salto nel sangue?
Cosa fa saltare un cavallo libero? L'hai mai visto? Cosa fa saltare un cavallo da noi addestrato? Hai mai addestrato un puledro a saltare? Hai mai visto le competizioni di salto in libertà per i puledri? Lì vedi cosa fa saltare i cavalli che noi chiameremo poi da salto ostacoli.E cosa succede se un cavallo non vuole saltare?
Quello che tu definisci complicità del "binomio" è solo il fatto che il cavallo ha imparato bene la lezione, che se salterà non avrà problemi.
Tu dici che non solo nei concorsi indoor ci sono dei tentativi di ribellione da parte dei cavalli, ma anche in una tranquilla passeggiata, tra uccellini che cinguettano.
E certo, e ci mancherebbe. Per chi conosce i cavalli sa benissimo che loro cercano di ribellarsi continuamente (anche se, quello che viene chiamato dagli etologi e sociologi, impotenza appresa, funziona ahimè molto bene sulla psiche dei "nostri amici equini") e che le nostra reazioni ai loro tentativi di dirci la loro devono essere quasi sempre le stesse (mica possiamo permetterci di "farci mangiare i panini" come si dice in gergo) e quindi le frustrate ad un cavallo che si impunta e non esegue davanti ad un ostacolo arrivano sia nei concorsi (indoor o all'aperto che siano) ma anche durante un'amena passeggiata tra amici.
E questo è una giustificazione o la riprova del problema di cui stiamo parlando?
Tu dici che si fa un errore sulla descrizione del paraorecchie. Non mi sembra proprio, perché alla fine tu dici la stessa cosa.
Il paraorecchie, che può essere ovattato o può essere integrato con cotone nelle orecchie, si usa appunto perché i cavalli sono, accidenti, sensibili al rumore, che nell'indoor è parossistico (pensiamo sempre a quello che ricercano i cavalli, che non sono scimmie rumorose come noi).
So benissimo che ci sono i paraorecchie per gli insetti, da usare nei paddock o nei concorsi estivi all'aperto (perché altrimenti, quanti insetti ci sono a Pordenone a Dicembre?) e so benissimo che sono così carini, tutti colorati, da abbinare al sottosella, alle fasce e magari anche al frustino, che è così divertente vestire la nostra bambolina cavallo.
Ti risparmio la descrizione accurata di come invece vengono usati i paraorecchi (o tappi) nei cavalli da trotto (che usano proprio la sensibilità al rumore per lo sprint finale) o quelli per i cavalli da corsa al galoppo, che devono essere dichiarati nel programma di gara.
 Quando arrivi a parlare della frusta tutto il meccanismo che, anche nel pezzo che ti ho citato e che spero avrai la curiosità e la bontà di leggere, ho cercato di spiegare viene a galla e tu ne sei la testimone vivente, come lo sono stato io.
Facciamo del male ma non vogliamo ammetterlo, come quasi nessuno d'altronde, e quindi cerchiamo di coprirlo e allontanarlo da noi con giustificazioni che ci paiono assolutamente logiche anche se invece sono cercate ad hoc (come i medici che facevano sperimentazione sulle donne nere, dicendo che tali donne avevano una soglia dl dolore assolutamente superiore alle bianche e che quindi, anche se venivano vivisezionate, in realtà non sentivano niente, e comunque non sentivano il dolore che avremmo sentito noi).
La frusta quindi diventa una cosa che non è usata SOLO per infliggere dolore (parole tue). Quindi la uso per infliggere dolore ma ogni tanto anche no. E' come la uso? Per indicazione, dici tu.
Certo, per indicare al cavallo di stare attento a quello che fa, perché io gli ricordo che sono armato e che posso fargli molto male (prova a darti una frustata, vedrai che fa molto male, anche se non sembra quando la usiamo con i cavalli, ma ti assicuro che la sentono tutta, come noi).
Ma tu lo sai benissimo che la frusta serve per fare male ed è un oggetto nato per questo (anche tra uomini si usava la frusta, anche con altri animali e sempre per lo stesso motivo) e allora tiri fuori, come ultimo appiglio e giustificazione, la violenza che i cavalli eserciterebbero uno sull'altro.
 Ma tu conosci come funziona una banda di cavalli selvatici o rinselvatichiti, o anche semplicemente un gruppo stabile che vive in un paddock sufficientemente grande?
Forse no, se mi parli ancora di capobranco, con quell'idea di capobranco che sembra interpretato da John Wayne e che infatti è frutto di una osservazione sbagliata (e superata), vittima del sessismo e della  nostra mania del dominio con cui, in alcune epoche, abbiamo osservato, o creduto di osservare, gli animali.
Forse sarebbe ora di leggere un po' di etologia più aggiornata, non credi?
E' con questo potrei chiudere autocompiacendomi con un C.V.D. ma io vorrei che in questo scambio non prevalesse l'arroganza e la volontà di dominio, ma la voglia di scoprire e disvelare assieme.
    
Grazie, ovunque tu sia arrivata a leggere

Egon Botteghi

sabato 20 giugno 2015

28 giugno: 10° Festa Annuale del Rifugio del Cavallo


foto di Andrea Gaspardo

Domenica 28 giugno 2015 ritorna l'annuale festa estiva all' EZ's Place - Rifugio del Cavallo onlus di Montereale Valcellina, in provincia di Pordenone.

Un'occasione per trascorrere una giornata speciale all'aperto tra amici, musica, spettacoli, giochi per i più piccini... il tutto nella cornice di un paesaggio meraviglioso, gustando assieme del buon cibo cruelty-free.

ore 12.00 apertura chiosco
dalle 13.00 musica, spettacoli, giochi, stand artigianali ...un pomeriggio ricco di sorprese

Ricordiamo inoltre che sarà possibile partecipare alla "gara di dolci" portando da casa una torta di propria creazione. Al termine della gara i dolci saranno messi in vendita e il ricavato sarà devoluto al rifugio.

Una splendida occasione per conoscere il Rifugio del Cavallo, una ONLUS che ha definito come propria missione il recupero di equidi - principalmente anziani - vittime di maltrattamento, e che si adopera per offrire loro una nuova casa, cure adeguate e affetto.

Il nostro augurio è che in tanti partecipiate a questo evento per conoscere e sostenere questa realtà, che da anni opera silenziosamente e con caparbietà nel nostro territorio per aiutare Rumh, Angel, Lucky, Baby, Bianca, Billy, Devil, Josephina, Galileo, Palmira...tutti i numerosi ospiti del Rifugio. Ora più che mai loro hanno bisogno anche di voi.

I fondi raccolti verranno utilizzati per gli ospiti del rifugio.
Venite NUMEROSI e portate i vostri amici !!!


Per maggiori informazioni: zedanranch@yahoo.it
www.zedanranch.de
cell. 360593236





giovedì 19 marzo 2015

La storia di Aqui Cour

foto di Andrea Gaspardo per EZ's Place

Ringraziamo EZ's Place-Zedan Ranch - Rifugio del Cavallo ONLUS per averci permesso di pubblicare questa importante e doverosa testimonianza, che ci tocca nel profondo.

La storia di Aqui Cour è la storia che potrebbero raccontare tanti cavalli come lui, emblemi dello sfruttamento nell’agonismo. Cavalli che, terminati i successi, le gare e i guadagni (Aqui ha reso 65.000 euro in vincite), vengono condotti nel successivo girone della speculazione: il maneggio. Quando nemmeno ai maneggi assicurano più introiti, l’abuso continua fino allo sfinimento nei centri di ippoterapia per concludersi poi nell’orrore del macello. Questa è la fine che fanno pressoché la totalità di queste nobili creature.

Aqui Cour è un galoppatore purosangue francese nato nel 1993. Gareggia fino all'età di sette anni aggiudicandosi vittorie che fanno guadagnare al proprietario cifre considerevoli.
Al termine della carriera agonistica Aqui viene venduto e incomincia a lavorare nei maneggi. Inizia così a passare di mano in mano in una lenta discesa verso l'inferno. In uno degli ultimi maneggi incorre in un grave infortunio che causa la rottura del tendine di Achille. 
Accumulando via via danni su danni, Aqui diventa così inutilizzabile. Ritenuto anche indegno ad avere diritto a una pietosa soppressione, viene fotografato dal suo lato migliore e messo in regalo su Subito.it. 
Notato da un potenziale nuovo proprietario viene prelevato e portato al Rifugio del Cavallo per essere rimesso in forze, in vista del viaggio che avrebbe dovuto portarlo verso la nuova e definitiva casa. Già dai primi controlli, però, Aqui appare in condizioni peggiori di quelle dichiarate: non solo il tendine è rotto e lasciato senza cure ma un ginocchio presenta un ascesso purulento, il suo bel muso è bruciato dal sole e martoriato dagli insetti, lo stato di denutrizione è molto preoccupante. Il nuovo proprietario decide di lasciarlo in degenza con l’impegno di sostenere tutte le spese necessarie alle cure e al mantenimento. 
Promesse del tutto inconsistenti. Ben presto non darà più notizie di sé, sparirà abbandonando il cavallo con tutte sue difficoltà e le sue esigenze sanitarie. 
È il 2011, Aqui Cour ha solo 18 anni. Il Rifugio lo prende definitivamente in carico.
Ci si occupa subito del suo tendine d’Achille: Aqui Cour nel tempo ha assunto posture antalgiche che hanno sovraccaricato il posteriore destro provocandogli dolore e infiammazioni. Viene curato in modo da riacquistare equilibrio. Le condizioni di vita e l’umore migliorano e vengono mantenute ma grazie all'aiuto di integratori come l’artiglio del diavolo, lo zenzero e l’MSM. Massaggi e terapie con la coperta magnetica diventano parte delle cure quotidiane. Il tendine viene sostenuto con una struttura assicurata da una fasciatura: questo gli permette di camminare, sdraiarsi ed alzarsi autonomamente.
Così Aqui comincia stare bene, vivere senza il supporto costante di farmaci e farsi nuovi amici, equini e umani.
Nell’agosto del 2014 però le sue condizioni peggiorano: ecografia e radiografia mostrano che il posteriore destro, che compensa la forza che manca a quello lesionato, è senza cartilagine e liquido sinoviale. L'articolazione del femore è priva di ammortizzazione. Anche se cammina con dolore, la sua classe e la sua voglia di vivere sono immutate.
I suoi referti vengono inviati alla clinica di Ferrara, una delle migliori in Italia in ambito ortopedico equino. Le notizie tanto attese arrivano presto ma non sono buone: l’intervento non concede previsioni di speranza.
Ora ad Aqui Cour resta l’ultima possibilità: un trattamento intrarticolare , principio attivo è lo stanozololo, un derivato sintetico ormonale. Sei punture del costo di 100€ l’una, per sei settimane. L’efficacia della cura innovativa in campo veterinario sarà valutabile solo fra due o tre mesi.
Se questa terapia non portasse alcun miglioramento si continuerà il trattamento antalgico farmacologico fintantoché il suo fisico non si arrenderà. Allora saremo pronti insieme allo staff medico ad affrontare con Aqui Cour, in mezzo ai suoi amici e nel suo paddock, la pena dell’eutanasia di quel suo corpo schiacciato da un passato di imperdonabili sfruttamenti e negligenze.

Non rendiamoci complici di storie come questa, perché di Aqui Cour ce ne sono tanti, più di quanti uno possa pensare. Non alimentiamo gli anelli di questa catena di sofferenza e morte. 
AGIAMO!

Zedan Ranch - Rifugio del Cavallo ONLUS



sabato 14 marzo 2015

Sport equestri: uno sguardo su un concorso indoor di salto ostacoli



Il video che vi presentiamo è stato realizzato lo scorso dicembre, alla Fiera di Pordenone, durante un evento denominato Jumping Christmas. Stiamo parlando di uno dei tanti concorsi indoor di salto ostacoli autorizzati dalla FISE, Federazione Italiana Sport Equestri.
Vi proponiamo un'investigazione tra ciò che avviene sotto gli occhi di tutti, alla ricerca di uno sguardo incondizionato capace di non confondere il dominio con l'amicizia, il sopruso e il dolore con la relazione.



Testi a cura di Egon Botteghi, che ringraziamo per il prezioso contributo e la grande disponibilità. 

Egon Botteghi è un ex istruttore FISE (Federazione Italiana Sport Equestri), specializzato anche in Terapia Per Mezzo Del Cavallo (Ippoterapia).
Ha svolto opera professionale nell'ambiente dell'equitazione sportiva e dell'ippica per 25 anni, lavorando per dieci anni anche come artiere a cavallo in alcune scuderie di cavalli da corsa al galoppo ed al trotto.
Ha cessato la sua attività nel 2008 per motivazione etiche, chiudendo il centro ippico che stava gestendo e co-fondando un rifugio per animali da reddito, di cui è stato presidente fino al 2012.

Per saperne di più, questa la testimonianza di Egon Botteghi per antispecismo.net 

martedì 27 gennaio 2015

La merda come disvelamento - di Egon Botteghi



Ringraziamo Egon Botteghi per averci concesso la pubblicazione e la condivisione di questo bellissimo articolo, tratto da Antispecismo.net

“La merda come disvelamento”
come far cascare il velo di Maya dell'equitazione in una semplice mossa.

di Egon Botteghi

Al matematico devono fare orrore le mie elucubrazioni matematiche, infatti il suo addestramento lo ha sempre distolto dall'abbandonarsi a pensieri e dubbi, come quelli che sviluppo io.[...]egli ha conservato una forma di disgusto di fronte a queste cose come se fossero qualcosa di infantile. Cioè, io sviluppo tutti quei problemi che un bambino nell'apprendere l'aritmetica ecc. percepisce come difficoltà e che l'insegnamento reprime, senza risolverli. Io dico dunque a questi dubbi repressi: voi avete ragione, domandate pure, ed esigete una chiarificazione
(Ludwig Wittgenstein, Philosophische Grammatik)



Una volta Ludwig Wittgenstein affermò che le domande dei bambini sulla matematica, quelle domande che sembrano a noi adulti ingenue, fuori luogo e mal poste, sono invece le domande fondamentali che andrebbero ascoltate.

Questo mi riporta a quanto accade nell'interazione tra istruttore di equitazione ed allievi “alle prime armi”, a quanto accadeva anche a me al tempo in cui lavoravo entusiasticamente come istruttore di equitazione, passando le mie giornate nel rettangolo del campo ostacoli, tra aspiranti cavalieri ed amazzoni, grandi e piccoli, e cavalli che dovevano prestare il proprio corpo alla funzione del “far imparare”[1].

I bambini e le bambine, come anche le persone adulte, che nel loro status di insipienza momentanea regredivano allo status di infanti, mi ponevano infatti delle domande importanti sulle prassi e sugli strumenti che io gli stavo proponendo, delle perplessità e delle resistenze che sarebbe stato giusto ascoltare ed analizzare, a cui io però ero addestrato a rispondere prontamente, disinnescando la loro portata e placando la loro ansia di poter fare del male al cavallo.

La maggior parte delle persone, ed io fra queste, si avvicinano infatti all'equitazione per un interesse per l'animale cavallo, o per gli animali in genere, o per un generico desiderio di passare del tempo a “contatto con la natura”.

L'addestramento al dominio viene dopo.

Purtroppo l'equitazione ci viene presentata e proposta in risposta a questi interessi, come il modo per eccellenza di rapportarsi ai cavalli, come modo per essere vicino a questi animali.

Il cavallo è trasformato nell'animale da equitazione e chi pratica l'equitazione in amante degli animali, facendo passare cattività, sopruso e dolore per amicizia e sodalizio.

L'equitazione è l'arte di addestrare i cavalli all'ubbidienza e l'arte di tacitare le domande fondamentali che  molti esseri umani si pongono sul cosa stia veramente succedendo al cavallo nel momento che lo cavalco, e di quale siano le sue esigenze reali.

Una delle domande ricorrenti riguardava l'uso dell'imboccatura[2].

Moltissime persone rimanevano un po' sgomente all'idea che il cavallo dovesse indossare nella sua bocca questo pezzo di ferro, per poter essere da loro direzionato.

Spontanea insorgeva la domanda, spesso accompagnata con faces di disgusto e/o di apprensione: “Ma non fa male? Ma non sta scomodo?”

Io mi affrettavo a spiegare diligentemente che la bocca del cavallo non è uguale alla nostra (come se in questa domanda si celasse un errore di “antropomorfizzazione del cavallo o troppa immedesimazione), che quindi l'imboccatura trova il suo alloggiamento nelle barre, cioè in quella porzione della bocca del cavallo che è priva di denti e che quindi non causa il dolore che sentiremmo noi ad avere un pezzo di ferro che ci batte sui denti.

Poi insegnavo loro come far indossare l'imboccatura al cavallo, come mettergli un dito in bocca per indurlo ad aprirla.

Il passo successivo, per molte ore di insegnamento, era però poi quello di insistere ed insistere a dosare con molta attenzione la forza delle loro mani sull'imboccatura, perché poteva risultare molto dolorosa per il cavallo.

Insomma il problema non era lo strumento in se, ma imparare ad usarlo bene per non causare eccessivo dolore.

Ma quante ore di equitazione, e quante bocche di cavalli da scuola torturate per fare in modo che un cavaliere od un'amazzone acquisissero una buona mano?

In realtà il problema è proprio quello che faceva arretrare di disgusto alcuni neofiti e cioè l'imboccatura, perché il fatto che vada sistemata sulle barre, prive di denti, non toglie niente all'essenzialità del fatto che l'imboccatura sia uno strumento che provoca dolore, agendo mediante pressione proprio attraverso il contatto tra il metallo e l'osso.

Le barre sono infatti parte ossee con un margine affilato (con una sezione della stessa misura di un guscio d'uovo) coperte solo da un sottile strato di gengiva e dalle mucose della bocca. In corrispondenza delle barre l'osso della mandibola non è imbottito né in alcun modo protetto dal morso ed è esposto ai traumi come le creste tibiali dell'essere umano[3].

Ma la spiegazione che allora avevo confezionato serviva a tranquillizzarci tutti sul fatto che l'uso del morso non fosse un problema in sé, anche se era contro intuitiva.

Innanzitutto era rassicurante perché data dall'autorità indiscussa di quella situazione e cioè io, l'istruttore, la persona che in quel momento deteneva il controllo su tutti gli attori, cioè allievi e cavalli e poi perché ci vuole poco a tranquillizzarci quando una cosa proprio non siamo disposti a vederla.

Analoga la situazione con l'uso degli speroni.

Più difficile dissimulare il fatto che lo sperone esista apposta per provocare dolore al cavallo e quindi più articolata doveva  essere la risposta atta a far apparire comunque il cavaliere come un buon amico del cavallo, un binomio affiatato, come si dice in gergo.

Sullo sperone c'è addirittura un galateo dell'uso, per cui andrebbero tolti una volta scesi da cavallo, a meno di non essere un militare o un machissimo esponente della monta western, che va sempre in giro con gli speroni bene in vista sugli stivali.

Gli speroni poi in genere non si fanno indossare ai neofiti, ma solo alle persone che abbiamo acquisito una certa esperienza (ma se il cavallo è pigro si mette al bambino subito in mano una bella frusta!)

Gli speroni sono infatti degli strumenti di metallo (oggi anche in plastica), da applicare al tacco degli stivali, che terminano con varie forme, a secondo della severità (ci sono anche quelli che terminano con delle rotelle appuntite).

Servono, conficcandoli nei fianchi dei cavalli, come ausilio per indurli ad avanzare e spesso (ma anche qui il bon ton suggerirebbe di non farlo troppo in pubblico) vengono usati per impartire una vera e propria punizione.

A chi mi domandava se questi speroni non fossero troppo dolorosi per i cavalli, io rispondevo, anche qui, di non immaginare i fianchi dei cavalli delicati come i nostri e di non immaginare quindi di ricevere una gragnuola di colpi sulle costole, perché i fianchi dei cavalli sono meno sensibili.

Quanti cavalli ho invece visto fiaccati dagli speroni, con ferite aperte sui fianchi dalle punte delle rotelle, con il derma scollato tra muscolo e pelliccia in corrispondenza della zona di azione degli speroni e presi a speronate in qualsiasi circostanza (perché quando ci vuole ci vuole ed il cavaliere alla fine deve farsi ubbidire) che sia un campo prova, un campo ostacoli in una gara ufficiale o una simpatica passeggiata tra amici.

La domanda però che faceva emergere tutta la schizofrenia tra la mia condizione di cavaliere professionista ed animalista, era quella che le persone che mi riconoscevano appunto come amante degli animali da sempre, mi rivolgevano sul mio ingaggio all'ippodromo.

Nei dieci anni che ho infatti lavorato come artiere a cavallo negli ippodromi di corse al galoppo (ed un paio di anni anche in quelli al trotto), alcune persone che mi conoscevano bene, mi chiedevano  come potessi essere coinvolto, senza star male, in questo mondo così duro con i cavalli, e come potessi montare questi cavalli senza sentirmi responsabile per la loro sorte.

Allora io rispondevo che umani e cavalli condividevano lo stesso destino, cioè quello di lavorare per vivere e che la vita era dura per entrambi, sia per gli artieri che per i purosangue, ma che questi ultimi erano trattati con tutte le attenzioni (lettiera dei box altissima e pulita, iper nutriti, etc, etc...).


Ma quando i cavalli non erano, o non erano più, competitivi, che fine facevano?

E quanti cavalli ho visto infortunarsi ed essere abbattuti?

O infortunarsi nelle mani di un artiere violento?

E la vita a cui erano costretti, tra box e piste e gabbie di partenza, quale vita era per un erbivoro nomade e sociale?

Dopo anni di esperienza anch'io mi ero trasformato da amante dei cavalli in amante dell'equitazione, subendo questo slittamento in maniera abbastanza inconsapevole, e mi impegnavo a difendere questa pratica, che era il mondo in cui vivevo, con questa retorica mistificante in cui però credevo sinceramente, perché era l'attività che mi permetteva di passare la mia vita con questi animali e quindi soddisfare la mia esigenza originaria: stare in mezzo ai cavalli.

E' con una certa ironia della sorte che mi ritrovai così, ad un certo punto della mia vita, nel tentativo di approfondire sempre di più la mia conoscenza del cavallo e dell'arte dell'equitazione, a pagare soldi per essere costretto ad ascoltare quelle domande che molte persone mi avevano rivolto in precedenza gratuitamente.

Nal 2008 infatti partecipai ad uno stage di un istruttore francese, noto per essere un maestro accreditato nell'uso della Bitless Bridle, un finimento senza morso considerato cruelty free, inventato dal Dr Robert Cook che nel 2000 vinse, ad Equitana USA, l' Enterprise Award per “il finimento equino più innovativo”.

Certo di stare per incrementare la mia abilità nell'usare questo strumento ancora quasi sconosciuto in Italia, di cui la nostra era una delle poche scuole promotrici, presi Mirtillo, un cavallo con cui stavo lavorando, e partii.

Quello stage cambiò la mia vita in una maniera che non avrei mai immaginato.

Da quel giorno infatti non montai più a cavallo e se qualcuno me lo avesse detto prima avrei pensato che fosse completamente matto.

Quell'istruttore non era infatti lì con lo scopo che io credevo (anche se mi avevano avvertito che avremmo lavorato più a terra che a cavallo) ma con quello di metterci a nudo di fronte alle nostre responsabilità, di costringerci a guardare per farci cambiare paradigma.

Con un semplice gesto ci fece cadere dal naso gli occhiali con cui guardavamo al nostro mondo di bravi cavalieri e ci costrinse a chiamare le cose per nome.

Fu molto semplice per lui, perché in effetti ci fece vedere delle cose che tutti noi conoscevamo benissimo, senza però darci il modo di trovare delle giustificazioni.

La nostra lingua mistificatoria rimase muta.

Da francese qual'era, usò un bellissimo francesismo per spiegare quello che stava facendo con noi: “Io vi metto il naso nella merda, poi voi potete decidere anche di rimanerci, ma non potete dire che non è merda”.

Primo di quello stage avevo già fatto un lungo cammino per naturalizzare sempre di più la gestione dei cavalli che lavoravano con noi e per “eticizzare” l'equitazione che praticavamo.

Mi ero alla fine convinto a togliere i ferri ai cavalli; li facevamo vivere in compagnia in paddock [4] più ampi possibili, montavamo senza imboccatura e con una sella-non sella, per sentire meglio il corpo e le risposte del cavallo, ma in quel momento mi ridestai dal sonno dell'equitazione e capii che non c'era un modo giusto per fare una cosa sbagliata.

Il velo di Maya era caduto ed io mi sentivo nudo, spaesato, privato del mio mondo ma con la ferma volontà di non tornare indietro e di non nuocere più ai cavalli.

Tornai a casa e non senza angoscia e difficoltà smantellai la scuola di equitazione, ricevendo molte critiche da parenti, amici ed allievi e a poco a poco il maneggio si trasformò in un rifugio per animali da reddito.

Non sapevo se avrei resistito senza montare, un elemento che mi apparteneva come i pesci all'acqua.

Passai lunghi mesi nel paddock con i cavalli, limitandomi a guardare cosa facevano, cercando di conoscerli per come non avevo mai fatto, e qualcuno di loro, piano piano, si riavvicinò a me.

In quel periodo sognavo spesso di montare a cavallo, quasi che la mia nostalgia prendesse le ali di notte.

Un giorno mi ridestai da un sogno e decisi di scriverlo, perché vi era spiegata la ragione della mia promessa e del perché mi sembrerebbe di tradire un cavallo montandoci sopra:

“Un giorno, su di una strada, vidi venirmi incontro un cavallo ed un uomo che gli camminava a fianco.

Si trattava di un purosangue arabo e del suo orgogliosissimo padrone.

Il cavallo era stupendo, da lasciare senza fiato, con un pelo sauro che brillava al sole, il muso pieno di espressione, gli occhi neri che sembravano truccati ed era ricoperto di broccati e pietre preziose.

L'uomo aveva baffi scurissimi e si ergeva in tutta la sua altezza pieno di importanza.

Una volta arrivati di fronte a me si fermarono; sapendo che anch'io ero un cavaliere e che avevo vissuto una vita insieme ai cavalli, l'uomo mi rivolse la parola:

“Ammira i risultati a cui si può arrivare con il giusto addestramento, condotto nell'amore, nella conoscenza e nel rispetto di queste creature”:

Così i due mi omaggiarono di uno spettacolo per me mai visto.

Il cavallo, apparentemente libero e guidato solo da piccoli, ieratici gesti del conduttore, si esibì in una danza di salti, piroette, inchini da rimanere senza fiato.

Quello che quei due facevano insieme era senza precedenti e sfidava tutto quello che sino ad allora si era creduto sul rapporto tra uomo e cavallo.

Sembrava che avessero una reciproca fiducia illimitata e sopratutto che parlassero lo stesso linguaggio.

Fui pervaso da una ammirazione e da un invidia senza pari.

Quale cavaliere non vorrebbe capire e farsi capire così alla perfezione dal proprio animale?

Nel bel mezzo della mia estasi, alla fine dell'esibizione, fui però attirato da qualcosa dentro lo scuro degli occhi del cavallo, e ne fui quasi risucchiato.

Mi avvicinai allora alla sua testa perfetta e quello che vidi mi sconvolse.

Tristezza, profonda tristezza.

Il cavallo mi disse sommessamente, ma decisamente, che quello che avevo visto era uno spettacolo senza senso.


Allora udìì chiaramente “Liberami!”

“Per favore, liberami.

Io sono un  cavallo. Voglio correre se ne ho voglia, ma sopratutto voglio camminare con quelli della mia specie.

Voglio un branco con il quale spostarmi per brucare, per abbeverarmi nei fiumi e nelle pozze.

Voglio la pioggia che mi bagna, il sole che mi asciuga, il vento che mi fa tremare.

Voglio temere per i predatori, rilassarmi con i miei compagni, fremere per l'accoppiamento.

Non voglio l'oro sulla mia pelle, i vostri applausi per le mie impennati, le vostre punizioni per i miei sbagli.
Sono un cavallo, liberami.”


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[1]     L'espressione “navi scuola” che è usata per indicare molti cavalli da maneggio impiegati nelle scuole di equitazione mi ricorda la stessa espressione usata per le prostitute, il cui corpo era utilizzato per imparare il sesso e per consumare le prime esperienze. Espressione che viene utilizzata anche in riferimento ad alcune donne considerate di “facile arrembaggio”, con cui chiunque può consumare una esperienza sessuale. L'analogia tra impiego dei cavalli da scuola e uso dei corpi femminile nella prostituzione mi è stata riferita, come sensazione che creava un forte disagio ed un forte senso di ingiustizia, da diverse persone che hanno provato ad imparare ad andare a cavallo ed hanno quindi frequentato le scuole di equitazione.

[2]     L'imboccatura è un pezzo di ferro (ma può essere fatto anche di altro materiale o rivestito di altro materiale) che viene collocato nella bocca del cavallo e tenuto in posizione dalla testiera. Alle due estremità dell'imboccatura sono sistemate le redini, strisce di cuoio o di materiale sintetico, che vengono impugnate dal cavaliere o dal guidatore che impartisce gli ordini al cavallo.

[3]     Confronta anche Robert Cook, 2004


[4]     Recinti