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lunedì 4 maggio 2015

Sperimentazione sugli animali: intervista a Massimo Filippi

disegno di Luigia Marturano
fonte: bastaschiavi.blogspot.it
Ringraziamo Massimo Filippi per averci concesso questa intervista che pubblichiamo con piacere, certi che i suoi interventi in seno al dibattito sulla sperimentazione sugli animali siano sempre un'occasione importante per affrontare una questione che merita attente riflessioni.   

Che si parli di vivisezione o che si trattino altre questioni inerenti all’animalità sembra spesso che non si riesca a superare un dialogo fra sordi che vede il confronto ridotto a sterili slogan.
Da più di un secolo si dibatte sulla questione se la sperimentazione animale sia più o meno lecita eticamente, se essa sia più o meno valida su un piano prettamente scientifico, ma poco o nulla – nei fatti – è cambiato dai tempi del Brown Dog Affair: si è detto quasi tutto ciò che si poteva dire, facendo ricorso anche ad argomenti che dovrebbero avere da tempo innescato un processo di cambiamento, ma che restano nel circuito chiuso del variegato movimento antivivisezionista. Come accade in politica, nelle sedi istituzionali, le tesi contrapposte restano tali; anche dopo estenuanti dibattiti parlamentari, alla fine ciascuno resta della propria idea. Come uscire da questa impasse?


Credo che abbiate toccato due questioni. La prima è che il mondo antispecista nel suo insieme è poco ascoltato dalla società in generale. La seconda è che il dialogo interno all’antispecismo è troppo poco informato e strutturato, troppo naif e fuorviante. Allora, come uscire da queste impasse? Dalla prima, ovviamente, ricordandoci che lo specismo ha avuto almeno 12.000 anni per plasmare strutture economiche e coscienze, ragione per cui dobbiamo continuare a sostenere l’evidente fino a che assuma sufficiente visibilità sociale: gli animali soffrono e muoiono, come noi, e questo sistema di sfruttamento generalizzato dell’“Animale” è insostenibile da qualsiasi prospettiva lo si guardi e va combattuto sul piano politico. Il che, a ben riflettere, risponde anche alla seconda questione: fino a che non saremo in grado di accettare una critica costruttiva, interna al movimento, che permetta di mettere alla prova i nostri argomenti per valutarne la sostenibilità pubblica (le critiche esterne saranno certamente sempre più infide e feroci), continueremo a ripetere dogmi dal vago sapore religioso. Così da un lato rimarremo inascoltati e dall’altro continueremo a perderci in dispute poco fruttuose, se non addirittura dannose. Dispute che certo non faciliteranno l’incontro.

“La vivisezione è un metodo di studio e ricerca consistente in operazioni di dissezione effettuate su animali vivi e privi di anestesia. Il termine è usato come sinonimo di sperimentazione animale dalle organizzazioni che si oppongono a tale sperimentazione, questo uso tuttavia è considerato strumentale e improprio dalla comunità scientifica. La stessa opinione pubblica infatti reagisce in modo diverso e le risposte cambiano radicalmente a seconda che gli si chieda se è contro la vivisezione o se è contro l’impiego degli animali nel progresso della medicina. Per questo motivo coloro che svolgono ricerca utilizzando i modelli animali contestano tale equivalenza semantica”. Questo alla voce “vivisezione” secondo Wikipedia. È importante, a tuo avviso, questa equivalenza semantica? Se sì, perché?

Non mi pare che ci troviamo di fronte a una questione semantica ma all’orrore estremo. Tradotto: abbiamo così tanti buoni argomenti contro la sperimentazione sugli animali che non vale la pena lasciarsi distrarre da aspetti in qualche modo marginali. Anzi, i nostri argomenti sono così inattaccabili – non abbiamo alcun diritto a far soffrire e uccidere chi può soffrire e può morire – che possiamo anche concedere questo presunto “vantaggio” ai nostri detrattori, se pensano di cavarsela così facilmente. Cambiare una parola non basta a cambiare i connotati di una delle più odiose pratiche di dominio. Il problema è che, evidentemente, molt* animalist* non hanno ancora compreso appieno la forza dirompente dell’antispecismo e, seppur in buona fede, lasciano nelle mani di chi compie sperimentazioni sugli animali la decisione sull’agenda e sugli argomenti della discussione. Penso che quanto detto rifletta la pervasività dell’antropocentrismo: ci impegneremmo in simili battaglie semantiche se avessimo a che fare con la sofferenza e la morte di umani? Passeremmo amabilmente il nostro tempo a decidere se è meglio usare il termine “tortura” o quello di “interrogatorio particolarmente violento”?

Secondo notizia di questi giorni è stata certificata la validità dell’oltre un milione di firme raccolte dai promotori dell’iniziativa Stop Vivisection. Nei prossimi tre mesi le organizzazioni promotrici della campagna saranno invitate a Bruxelles per dare voce alle loro idee, accompagnate da scienziati e giuristi a sostegno della propria causa. La Commissione dovrà poi decidere se e in che modo potrà procedere per rendere l’iniziativa una proposta di direttiva, cosa non scontata. Cosa aspettarci da questo passaggio istituzionale?

Rispondo a questa domanda con un’altra domanda: siamo d’accordo che senza lo sfruttamento animale non esisterebbe la struttura economica e sociale in cui viviamo? Se sì, pensiamo davvero che un milione di firme avranno una qualche rilevanza politica e potranno portare a qualche risultato effettivo, tangibile, visibile? Certo, questa iniziativa è un bell’esempio di testimonianza, un bell’esempio che mostra quante persone accettino di mostrare pubblicamente il proprio lutto per la morte degli animali. E sarebbe stata ancora più bella se non fosse stata infarcita di argomenti indiretti. In quanto a giuristi e scienziati: non mi pare che il Diritto, la Legge e la Scienza siano così favorevoli ai non umani. Di cosa parleranno, allora, questi giuristi e questi scienziati ai politici e ai burocrati di Bruxelles? Del dolore animale o, ancora una volta, degli interessi degli umani? Pensiamo davvero che supereremo il paradigma antropocentrico ribadendone continuamente le ragioni e la struttura?

Lo schieramento antivivisezionista è ancora lacerato al suo interno e si fatica a trovare un punto di equilibrio (se mai ce ne possa essere uno) fra le tesi etiche e quelle scientifiche. Si riuscirà mai a trovare unità nella lotta alla vivisezione?

Spero di sì. Ma qui bisogna chiarirsi. Stiamo parlando di un movimento politico liberazionista o di un gruppo di metodologi della scienza? Perché, se vale la prima opzione, allora le tesi non possono che essere etiche e politiche: la critica alla sperimentazione animale è parte di una critica più ampia alla mercificazione biocapitalista dei corpi e allo sfruttamento/controllo della nuda vita, in cui sono presi sia gli animali umani che gli altri animali. Se invece vale la seconda, ossia si tratta di un gruppo di scienziati che per motivi d’ordine tecnico, cioè ancora umano, troppo umano, si oppongono alla sperimentazione sugli animali, non possiamo che invitarli a partecipare a tutte le attività della scienza (andare in laboratorio, fare esperimenti, pubblicare, trovare cure, vincere concorsi universitari) e sperare che poi siano così efficaci da convincere i loro colleghi a sospendere questa pratica in quanto inutile o dannosa. In seguito, al pari di tutti gli altri cittadini, potranno o meno unirsi a noi, ossia ad un movimento politico liberazionista, per rifare il resto del mondo, dagli allevamenti ai mattatoi, dagli zoo ai circhi, ecc., ecc., ecc.

In un’Europa sempre più indifferente alla sorte dei più deboli (umani e non umani) è possibile credere ancora in un progresso morale della nostra civiltà che possa coinvolgere anche gli animali prigionieri negli stabulari?

Che fare altrimenti? Andiamo tutt* a casa a vederci un bel programma di intrattenimento televisivo? Questa sfiducia è la presa d’atto della forza del potere o è lo stratagemma del potere per accrescere la sua forza e la nostra disperazione?

Mors tua, vita mea” è l’argomentazione più utilizzata a difesa della sperimentazione animale. Una questione che in molti considerano insormontabile e che, forse per questo motivo, scelgono di saltare a piè pari. Il fatto di non affrontare un nodo così importante della questione crea un vuoto incolmabile che spesso viene eluso aggrappandosi, come ultima spiaggia, alle argomentazioni dell’antivivisezionismo scientifico (AVS) per poter controbattere. Come ti poni tu di fronte a questa questione?

Credo di aver già risposto a questa domanda in più occasioni, sia verbalmente che per iscritto (cfr. www.liberazioni.org). In breve, “mors tua, vita mea” equivale a dire che il più forte prevale sul più debole.
Che argomento è questo? L’argomento secondo cui sarebbe la forza a creare il diritto. Milioni di umani sono morti sotto i colpi dell’ideologia del più forte e stanno morendo tuttora. Miliardi di animali sono morti e stanno morendo per la stessa ragione. E io dovrei dimenticarmi di tutti questi morti, di questa immane sofferenza, per dire al più forte che la sua ideologia va solo un po’ abbellita, ritoccata qua e là, resa più umanitaria? No, non credo di poterci riuscire. Ho troppo rispetto per le vittime, non intendo offenderle una seconda volta.


In più occasioni sei andato a parlare di sperimentazione animale all’interno degli atenei, ritrovandoti a discuterne direttamente con chi ne ha fatto una professione. Una scelta, la tua, che è stata criticata da alcuni anche ferocemente. Sono volate accuse molto pesanti; sei stato accusato di scendere a patti “con il nemico”, c’è chi è arrivato persino a ricorrere alla calunnia, tacciandoti di essere tu stesso un vivisettore. Partendo dal presupposto che riteniamo tu non debba alcuna giustificazione di fronte a simili insinuazioni, ci interessa capire le motivazioni che ti hanno spinto ad affrontare questi temi con chi di fatto (ci preme sottolineare che non stiamo esprimendo una valutazione sulle singole persone, bensì prendendo atto delle tragiche conseguenze del loro operato) rende oggi la sperimentazione animale una realtà concreta e tangibile, con tutta la sua portata di disperazione. Qual è il fine – se di fine possiamo parlare – che immagini? Ritieni sia possibile smuovere la macchina agendo direttamente sugli ingranaggi – e chi li guarda e li studia con la speranza di diventare ingranaggio a sua volta – per rimettere in discussione la macchina stessa?

Premesso che ho partecipato a quattro incontri di questo genere e che solo due si sono svolti in sedi universitarie, e che non ho parlato di sperimentazione sugli animali, ma delle ragioni etiche e politiche che mi spingono a condannarla senza riserve, lo sapete che a tre di questi quattro incontri hanno partecipato anche esponenti di primo piano dell’AVS? E che costoro, giustamente, non sono stati accusati di scendere a patti con il nemico né di essere dei vivisettori?
Quindi, il problema è un altro: c’è chi è così poco abituato a discutere criticamente da confondere il bersaglio della propria polemica, andando ad attaccare chi prova a scardinare dogmi che trovano la propria “forza” solo nella ripetizione rituale e sta cercando, muovendosi su un piano etico e politico, di sviluppare, pur con tutti i suoi limiti, una critica radicale alla sperimentazione sugli animali. Poi, i social media fanno il resto: tu scrivi interi saggi, documentandoti per mesi, e c’è chi ti “risponde” in due secondi e con quattro parole. Detto questo, passo alla vostra domanda principale: a che pro? Penso che parlare all’interno delle istituzioni dove si pratica la sperimentazione sugli animali, e non alle singole persone, per portare nella sfera della dicibilità pubblica l’orrore che lì si compie ogni giorno, sia un gesto di conflittualità squisitamente politico e – lasciatemi aggiungere – coraggioso. Proprio perché l’opposizione alla sperimentazione sugli animali non può che essere politica, non vedo altra soluzione che rimboccarsi le maniche e metterci la faccia, scendendo, senza timori, nell’agorà. Con gli argomenti giusti. Per alimentare, attraverso questi “incontri”, un dibattito effettivo all’interno dell’istituzione scientifica, un dibattito che, ignorato fino a pochi anni fa con un’alzata di spalle, pare oggi essere dotato di un certo grado di “contagiosità” almeno per la società civile che sembra essere sempre più attenta alla questione e che, auspicabilmente, dovrebbe sentirsi chiamata a contribuire ad indirizzare gli sviluppi della scienza (il suo senso, ciò che può o non può fare, il suo destino e i suoi fini). O pensiamo di risolvere il problema parlando fra di noi, immaginando di essere un circolo di epistemologi, in una sorta di bolla spazio-temporale, nascosti dietro pseudonimi e gli schermi dei nostri computer e dei nostri telefonini?


Noi e loro, buoni e cattivi, animalisti e antispecisti buoni, vivisettori (ma non solo) cattivi: spesso “gli animalisti”, “gli antispecisti”, “gli...”, vengono accusati di giudicare “gli altri”, di voler imporre la “loro (nostra) verità”, di considerarsi (ci) superiori rispetto ai più. Sappiamo bene che dietro a queste accuse si nasconde il desiderio di interrompere un possibile dialogo, sfuggendo soprattutto al peso di sentirsi in qualche modo obbligati ad affrontare le questioni (vitali) che vengono poste. Eppure questa percezione ha anche altri perché e, a chiudere il cerchio, rigettando le colpe su “chi non (ci) capisce” si rischia di compiere la stessa operazione. Esiste veramente un “noi” e un “loro”? È possibile pensare e ripensarci senza creare nuove – contraddittorie – distinzioni, dove il noi e il loro viene riproposto all’infinito? Forse per re-imparare a “sentire con” (prima ancora quindi di poterne parlare) serve veramente disimparare il linguaggio umano dominante, una lingua che ci ingabbia impedendoci di pensare, agire e, prima ancora, percepire? Aprirci alla molteplicità di lingue esistenti, dislocanti, perturbanti e in grado di inserirci in un piano di immanenza è base imprescindibile al dialogo?


Vi siete già risposti. Essere antispecisti non basta. Sottolineare la presunta purezza ascetico-sacerdotale dell’antispecismo è politicamente controproducente oltre che fattualmente sbagliato. Posso solo aggiungere che la logica dell’utile/inutile (per l’Uomo) e la scienza biocapitalista, da cui molti animalist* non mi pare prendano le distanze, parlano il linguaggio del noi e del loro. Il linguaggio dell’identità, della purezza, del disconoscimento dell’Altro.



Massimo Filippi, professore di Neurologia presso l’Università “Vita e Salute” di Milano, si occupa da anni della questione animale da un punto di vista filosofico e politico. È redattore di Liberazioni. Rivista di critica antispecista (www.liberazioni.org). Ha pubblicato Ai confini dell’umano. Gli animali e la morte (Ombre corte 2010), Nell’albergo di Adamo. Gli animali, la questione animale e la letteratura (con F. Trasatti, Mimesis 2010), I margini dei diritti animali (Ortica 2011), Natura infranta (Ortica 2013), Crimini in tempo di pace. La questione animale e l’ideologia del dominio (con F. Trasatti, Elèuthera 2013) e Penne e pellicole. Gli animali, la letteratura e il cinema (con E. Maggio, Mimesis 2014). Tra gli altri, ha curato l’edizione italiana di Un’eterna Treblinka. Il massacro degli animali e l’Olocausto di Charles Patterson (2003), Fenomenologia della compassione. Etica animale e filosofia del corpo di Ralph R. Acampora  (2008), Zoografie. La questione dell’animale da Heidegger a Derrida di Matthew Calarco (Mimesis 2012) e Manifesto queer vegan di Rasmus Rahbek Simonsen (2014). Sono in corso di pubblicazione: Corpi che non contano. Judith Butler e gli animali (con M. Reggio, Mimesis) e Sento dunque sogno (Ortica).









Approfondimenti tratti da Liberazioni- Rivista di Critica Antispecista:


Penso di sì-Risposta all'articolo di Stefano Cagno, L'antivivisezionismo scientifico è controproducente? 

giovedì 20 febbraio 2014

La sperimentazione animale è lecita? Intervento del Prof. Massimo Filippi

La domanda corretta da porsi non è "La sperimentazione animale è utile?", bensì "La sperimentazione animale è lecita?" 

Il Prof. Massimo Filippi pone la necessita' di sviluppare linee di ricerca senza animali partendo dalla considerazione secondo cui la scienza deve operare a valle di convenzioni sociali che continuamente si ridefiniscono e che hanno natura etica. 


L'argomento è magistralmente argomentato a questo convegno indetto all'Università di Chieti il 24/2/2010

Condividiamo con piacere il video di questo intervento, molto significativo e attuale, realizzato da Oltre La Specie. 

Massimo Filippi insegna Neurologia all'Università Vita-Salute del San Raffaele e si occupa da anni della questione animale da un punto di vista filosofico e politico. E' socio fondatore dell’associazione animalista «Oltre la Specie» e membro della redazione di «Liberazioni. Rivista di critica antispecista».







"Ma ora tutti i segreti naturali sono stati svelati, ed è probabile che le tartarughe siano state vendute a qualche scienziato da laboratorio intenzionato a rimuovere il guscio per poter applicare degli elettrodi alla pelle e monitorare il loro crescente terrore nel perdere il guscio. E' un'idea assurda e grottesca, pensi. E poi è impossibile rimuovere il guscio a una tartaruga senza ucciderla!
Ma niente è impossibile per la scienza. La scienza ha torturato dei ratti con l'elettroshock ogni volta che pigiavano una leva per procurarsi una pallina di cibo. Ha iniettato delle cellule cancerogene a dei conigli che ha diviso in due gruppi, accuditi e trascurati, così da poter indagare il ruolo dell'affetto nel processo di guarigione. 
Gli scienziati fanno questi esperimenti con l'intento di aiutare. Di alleviare la sofferenza fisica; di estirpare la depressione. E per raggiungere il loro obiettivo, smonteranno qualsiasi cosa per poi rimontarla in un altro modo.
Inseguono il paradiso e per averlo andranno all'inferno."

Mary Gaitskill                

venerdì 24 gennaio 2014

Le arance di I-CARE sabato 24 gennaio a Pordenone


Sabato 25 Gennaio al Centro Commerciale Emisfero di Fiume Veneto (PN- Via Maestri del Lavoro 42) avrà luogo un banchetto a favore di I-CARE
Prenota il tuo sacchetto di arance e sostieni la RICERCA senza CRUDELTÀ di I-CARE.

Parte ufficialmente il progetto: "ITALIA SENZA VIVISEZIONE" (il cui sito sarà operativo a breve)

Sarà possibile acquistare dei sacchetti di arance ad un prezzo molto modico (2 kg di arance per 3 euro offerta minima) per sostenere la ricerca senza l'uso di animali.

Troverete il tavolo I-Care negli spazi interni dell'Emisfero che verranno assegnati la mattina stessa.



ITALIA SENZA VIVISEZIONE

venerdì 17 gennaio 2014

Sperimentazione animale in Senato; quando "conoscenza" non fa rima con "trasparenza"


È da qualche tempo che il dibattito sulla necessità di mantenere o abolire la sperimentazione animale (più nota come “vivisezione”, e da ora in poi S.A.) ha lasciato l’ambito relativamente ristretto degli addetti ai lavori per scendere nelle strade: l’argomento sbanca sui social, rimbalza sui media e finalmente approda ai piani alti — lunedì 13 gennaio, alla Camera si è tenuto un incontro su «La ricerca scientifica senza animali per il nostro diritto alla salute», organizzato dalla Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente; e martedì 14 gennaio il Senato è stato teatro di «Sperimentazione animale, diritto alla conoscenza e alla salute» (secondo appuntamento del ciclo di incontri su "Scienza, innovazione e salute", iniziativa della Commissione Igiene e Sanità del Senato che ha preso il via il 10 dicembre scorso).
Per quanto sgradevole possa essere la constatazione, è fuor di dubbio che le posizioni pro-S.A. e anti-S.A., essendo non soltanto irriducibili ma portatrici di due visioni del mondo radicalmente antitetiche, sono destinate a seguire i rispettivi binari senza trovare un punto d’incontro; e quand’anche i pro-S.A. arrivassero ad ammettere l’inutilità scientifica della vivisezione e quindi, pragmaticamente, accettassero di sospenderla/abolirla, tuttavia non converrebbero mai sul riconoscimento dell’antropocentrismo come radice del problema, e conseguentemente continuerebbero a rifiutare quello che per gli anti-S.A. è non solo un punto fermo, ma il punto focale del problema — l’assunzione di un’etica rispettosa del vivente che abbracci ogni forma di vita oltre a quella umana.
Così, parlare qui di quel che si è detto negli incontri dei giorni scorsi, appoggiando le tesi dell’uno e condannando quelle dell’altro, lascia il tempo che trova.
Più importante, invece, è analizzare il contesto e soprattutto il messaggio finale — senza perdere di vista il fatto che il messaggio (qualunque messaggio) non è necessariamente verbale: il mezzo è il messaggio, diceva McLuhan.

Torniamo agli incontri, dunque. Anche se a una lettura superficiale può sembrare che si tratti di due eventi simili (così simili da poterli confondere o addirittura sovrapporre), in realtà fin dal titolo le due iniziative rappresentano per così dire il manifesto delle due opposte visioni del mondo sul tema: il primo pone come premessa una ricerca senza animali avente per obiettivo la tutela del diritto alla salute; il secondo suggerisce che la sperimentazione animale sia il tramite o forse addirittura la garanzia per l’esercizio di un duplice diritto — alla conoscenza e alla salute.
C’è una differenza fondamentale, però: che l’incontro alla Camera è stato dichiaratamente “di parte”, nel senso che a promuoverlo è stata la Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente, ovvero un ente che si propone per statuto, fra le altre cose, «il superamento della cultura antropocentrica»; al contrario, l’incontro al Senato si presenta, secondo quanto suggerito dal titolo, come un momento di analisi e confronto sul tema della S.A. 

Di fatto, l’iniziativa è stata promossa dalla Commissione Igiene e Sanità: la Commissione è presieduta dalla senatrice Emilia De Biasi, il che è di scarso rilievo poiché la senatrice De Biasi non sembra avere alcun titolo di competenza tecnica per il ruolo che ricopre, dal momento che i suoi studi si fermano a un diploma di maturità classica; ma della Commissione fa parte la senatrice a vita di recente nomina Elena Cattaneo, convinta sostenitrice dell’indispensabilità della S.A. (o, come ha ribadito in un’intervista all’Huffington Post del 13 gennaio — dell’«impiego etico e legittimo della sperimentazione animale per dare conoscenza e speranza»).
Presumibilmente, dunque, un incontro promosso da chi appoggia la S.A. tenderà fisiologicamente all’affermazione delle proprie tesi.
E, proseguendo con i nomi dei partecipanti, troveremo conferme a questa supposizione.

Vediamo infatti che uno dei coordinatori è Armando Massarenti, filosofo ed epistemologo, molto attento ai temi dell’etica e della bioetica, come ci dice Wikipedia: anzi «Nel 2008 ha scritto Staminalia. le cellule etiche e i nemici della ricerca, una ricostruzione del dibattito etico e scientifico sulla ricerca sulle staminali, recensito, tra gli altri, da Elena Cattaneo sulla rivista Nature.» — lo dice ancora Wikipedia, e ci crediamo. Attualmente, Massarenti è «responsabile dell’edizione domenicale del Sole 24 Ore», come recita il programma. Ma il “Sole 24 Ore” non è un quotidiano economico? Certo che sì: però nel 1997 le edizioni del Sole 24 Ore pubblicavano un libro di Leonardo Frezza, Alla ricerca del farmaco. R&S farmaceutica: ricercatori, processi, management e tendenze — dove R&S sta per “ricerca e sviluppo”: lettura caldamente raccomandata per la comprensione dei meccanismi assai poco etici che regolano questo tipo di ricerca (lo so perché all’editing di quel libro ho collaborato io). Se a questo punto qualcuno comincia a pensare che fra S.A. ed economia ci siano, più che collegamenti, rapporti anche abbastanza stretti, è sulla strada giusta.

Quanto ai relatori, c’è poco da dubitare sulla loro posizione in materia — vediamo qualche nome:

- Maria Conforti, che illustra la lunga, insostituibile tradizione della S.A. nella storia della medicina (sul “come” lo fa non spendo una parola: ci sono i filmati in rete).

- Francesco Rossi, che parla di ricerca farmacologica — chi meglio di lui, presidente della Società italiana di Farmacologia?

- Silvio Garattini, sul quale non c’è bisogno di dilungarsi.

- Alberto Auricchio, che sottolinea l’importanza della sperimentazione animale nello sviluppo di terapie per malattie rare — certo che è importantissima, per uno che fa parte dell’Istituto Telethon.

- Giacomo Rizzolatti, per il quale “le neuroscienze non esisterebbero senza sperimentazione animale” — Rizzolatti, tanto per capire, è il signore di cui si parla qui 

- Pierpaolo Di Fiore, convinto che nella ricerca sui tumori la S.A. sia importante — anche se l’uomo non è un ratto di 70 chili, come ammoniva nel 2009 Thomas Hartung 

- Mario Melazzini, che si esprime sul tema della speranza terapeutica dal punto di vista dei pazienti (ma il dott. Melazzini è affetto da sclerosi laterale amiotrofica: a lui vanno tutti i miei auguri).

- Dario Padovan, che si preoccupa della propaganda contro la sperimentazione animale e affronta il problema della disinformazione: il signore sì che se ne intende, si sarebbe detto in un vecchio “Carosello”, dal momento che è il presidente di Pro-test Italia.

- Emanuele Cozzi, che delinea i danni economici e sanitari derivanti dal divieto agli xenotrapianti (contenuto nella legge oggetto del dibattimento): il che ci porta nuovamente a concentrare la nostra attenzione sulla connessione fra S.A. ed economia — una connessione che sembra sfuggire alla maggior parte delle persone, forse perché non si vuole neanche lontanamente pensare che la purissima Scienza possa essere insozzata dal vile denaro…

- Augusto Vitale, primatologo ed esperto del comportamento animale (nonché a suo tempo firmatario dell’appello “Io sto con il Mario Negri”), che parla appunto dell’impiego dei primati non umani nella S.A. — “primati non umani” vuol dire che anche gli umani sono primati, il che forse dovrebbe suscitare qualche perplessità sul legittimo utilizzo di altri primati nella S.A.: ma poiché i primati umani sono quelli che ripetutamente, nel corso della storia, hanno sterminato in gran numero altri primati umani sulla base di ideologie religiose o politiche, magari non dovremmo stupirci più di tanto.

Il Senato italiano è una prestigiosa istituzione; e le prestigiose istituzioni sono tali anche in virtù della loro correttezza. Infatti l’incontro al Senato ha contemplato anche, per par condicio, l’illustrazione delle metodologie di ricerca alternative alla S.A., attraverso le esposizioni della ricercatrice Isabella De Angelis, che ha illustrato «le alternative alla sperimentazione animale» (e che, in un’intervista rilasciata a daily.wired.it il 23 marzo 2012, alla domanda «I più grandi limiti dei metodi alternativi?» rispondeva: «Per gli studi di tossicità cronica, causata cioè da esposizioni prolungate, analisi di tossicocinetica, sul metabolismo delle sostanze tossiche, e effetti cancerogeni servono necessariamente gli organismi viventi (...)  I metodi alternativi non possono sostituire del tutto la sperimentazione animale»; e del filosofo Simone Pollo, che si è occupato di «etica e relazioni fra esseri umani e animali non umani».
Peccato che non fosse presente neppure una voce dichiaratamente contraria alla S.A.: nel programma figurava il nome della biologa Michela Kuan (LAV - Lega Antivivisezione), che ha preferito non intervenire spiegando le ragioni della sua decisione di non partecipare all’evento in una cristallina e condivisibile “lettera aperta”.
 

Quasi totalità dei relatori a favore della S.A.; campo non neutrale; organizzazione dell’evento a cura di un organismo non super partes — ce n’è d’avanzo per poter dire forte e chiaro che al Senato ovvero al governo di questo disastrato Paese la grande assente è la democrazia.
Quella democrazia che dovrebbe imporre ai suoi stessi rappresentanti — i parlamentari —, prima di chiunque altro, il rispetto delle più elementari regole della civile convivenza e del confronto sereno, pilastri di una società in cui gli elettori siano cittadini partecipi e non sudditi di un’oligarchia. Ancora una volta, la parola chiave è “rispetto”: manca per i non-umani, manca per gli umani — almeno per quelli che la pensano diversamente.
E il cerchio si chiude.


© Alessandra Colla 2014

martedì 14 gennaio 2014

Vivisezione: a quando un casus belli?


L'incidente del Golfo del Tonchino fu uno scontro aeronavale tra il cacciatorpediniere statunitense Maddox ed alcune torpediniere nordvietnamite, avvenuto nel Golfo del Tonchino il 2 agosto 1964.
Esso costituì il casus belli che il presidente americano Lyndon B.Johnson adoperò per chiedere la Risoluzione del Golfo del Tonchino (7 agosto 1964) al Congresso americano, ottenendo l'autorità di attaccare il Vietnam del Nord senza formale dichiarazione di guerra.

Uno studio storico del National Security Agency, compiuto nel 2005, ha concluso che il 2 agosto 1964 non c'erano navi nordvietnamite intorno alla Maddox.
Nonostante il capitano della Maddox, John D. Herrick, avesse al tempo messo in dubbio la realtà dell'attacco, il comandante della Flotta del Pacifico, ammiraglio Ulysses S.Grant Sharp, aveva comunque proceduto come se gli attacchi fossero autentici.

Ma possiamo anche andare ancora più a ritroso nel tempo con l'incidente di Gleiwitz, il finto attacco inscenato contro una stazione radio tedesca il 31 agosto 1939; anche qui un casus belli, il pretesto del quale Adolf Hitler si servì per giustificare l'invasione della Polonia da parte della Wehrmacht, dando inizio alla seconda guerra mondiale.

Come non ricordare, tornando ai nostri giorni, i fatti della scuola Diaz: nel tentativo di motivare le violenze avvenute durante la perquisizione (e di giustificare la perquisizione stessa) alcuni dei responsabili delle forze dell'ordine decisero di portare all’interno della scuola Diaz delle bottiglie molotov. Esse, trovate in realtà durante gli scontri della giornata e consegnate al generale Valerio Donnini nel pomeriggio, oltre ad alcuni attrezzi da lavoro rinvenuti in un cantiere vicino, furono addotte come prove a dimostrare la presenza, nell'istituto, di appartenenti all'ala violenta dei manifestanti. Il poliziotto Massimo Nucera, a dimostrazione di una possibile reazione da parte degli occupanti, mostrò una coltellata sul giubbotto antiproiettile, a sua detta inferta da un occupante della scuola. L'agente è stato successivamente accusato di falso e di calunnia: i pm ritenevano infatti che il taglio sul giubbotto del poliziotto fosse stato fatto ad arte in un secondo momento.

La storia- anche quella recente- ci insegna con quanta facilità vi possa essere da parte di qualcuno la volontà di creare un casus belli per innescare un conflitto o per giustificare azioni di rappresaglia che mettano a tacere eventuali posizioni "scomode", andando a sbloccare con la forza una posizione di difficoltà o una situazione di stallo e creando nel contempo un consenso in seno all'opinione pubblica.

E' accaduto e continuerà ad accadere, perché vi sono guerre già in atto (seppure apparentemente invisibili) che attendono solamente di palesarsi ai nostri occhi e di ottenere il nostro benestare.
Guerre cruente che mietono, ogni giorno, milioni di vittime non umane, guerre fatte di giochi di potere inimmaginabili e trasversali, di vittorie costruite a tavolino, anche fra le pareti di uno stabulario.
Per questo non ci stupiremmo se, ad esempio, in qualche laboratorio di vivisezione dovessero essere messi in scena atti di vandalismo da fare poi ricadere sul movimento antivivisezionista, né se qualche "ricercatore" arrivasse a simulare minacce alla propria persona; il nostro casus belli sarebbe così servito, e questo non potrebbe che giocare a favore di chi desidera che un certo dissenso sia messo a tacere una volta e per sempre.

Non è un'ipotesi così remota, se non altro perché in gioco c'è il futuro delle delle lobby del farmaco, ci sono intere carriere di "emeriti" professori e ricercatori costruite sulla pelle viva di animali non umani, nonché somme di denaro ingenti, al cospetto delle quali tutto -per alcuni- è permesso. 
Gli interessi in gioco sono globali, inestimabili, e i referenti di questi interessi non resteranno silenti ancora a lungo, stando a guardare il proprio fortino sgretolarsi. 
A noi pare che le prime avvisaglie di un clima poco chiaro ci siano già tutte.

lunedì 16 settembre 2013

TRIESTE CONTRO LA VIVISEZIONE - SABATO 28 SETTEMBRE 2013


Riceviamo e pubblichiamo il comunicato a cura del Comitato di liberi cittadini per la difesa degli animali:

Rendiamo noto che il giorno 3 settembre 2013 il Comitato di liberi cittadini per la difesa degli animali ha ufficialmente richiesto un incontro al nuovo Rettore Maurizio Fermeglia per consegnare brevi manu le 8000 firme raccolte mediante la petizione con la quale si chiede che i fondi pubblici, destinati alla ristrutturazione dello stabulario, siano invece volti a finanziare la sua conversione in un vero Polo di ricerca scientifica.

Cogliamo l'occasione per informare che il giorno 28 settembre 2013 alle ore 15.00 in Piazza della Borsa ci sarà una manifestazione per l'ABOLIZIONE della VIVISEZIONE organizzata da semplici cittadini in contemporanea in almeno altre 25 città italiane.
Interverrà pubblicamente all'evento di Trieste, l'europarlamentare on. Andrea Zanoni (Deputato al Parlamento europeo, Membro della Commissione per l'ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare e Vicepresidente dell'Intergruppo per il benessere degli animali). Sarà presente dalle 15.00 alle 17.00.

Verranno raccolte le firme per l'iniziativa popolare europea: http://www.stopvivisection.eu/

Evento della manifestazione su Facebook

Comitato di liberi cittadini per la difesa degli animali
http://comitatodilibericittadiniperladifesadeglianimali.wordpress.com/ 

sabato 20 aprile 2013

OCCUPATO STABULARIO DI VIVISEZIONE A MILANO



Comunicato a cura del Coordinamento Fermare Green Hill

20 aprile 2013

Il Coordinamento Fermare Green Hill ha occupato gli stabulari di un laboratorio di vivisezione.
Dalle ore 12 cinque persone sono chiuse dentro il quarto piano del Dipartimento di Farmacologia in via Vanvitelli 32 a Milano, barricate in modo da resistere a lungo e pronte a rimanerci anche diversi giorni se necessario. Insieme a loro ci sono migliaia di animali già sottoposti ad esperimenti, chiusi nelle loro piccole gabbie, nella loro vita ridotta ad un numero.
Questi animali non hanno scelto di essere lì e non hanno possibilità di andarsene. La nostra condizione per uscire e andarsene è che anche gli animali se ne vengano con noi.

Con questa azione senza precedenti vogliamo documentare le condizioni in cui vivono gli animali e gli esperimenti che vengono condotti, mostrandoli a tutta la società con fotografie e filmati; dare visibilità al problema vivisezione e ai luoghi in cui viene praticata, dando così un nome anche a chi la pratica; far partire un assedio pacifico dentro e davanti al laboratorio con la richiesta che gli animali vengano liberati e che dal Ministero e dai palazzi della politica cessino le false promesse e si cominci davvero a muovere passi verso l’abolizione della sperimentazione su animali.

Da questo momento in poi abbiamo bisogno di tutto l’aiuto e il supporto possibile a quest’azione. Il corteo di oggi è confermato e porterà tantissime persone davanti al laboratorio, ma affinché l’azione non venga interrotta con atti di forza abbiamo bisogno di persone che si fermino lì davanti stanotte, che arrivino a dare man forte domani, che si prendano anche mezza giornata libera lunedì. Abbiamo bisogno che tutto il mondo sappia che cosa sta accadendo, che tutti vedano le immagini che stanno arrivando dall’interno dello stabulario e che l’effetto possa essere davvero quello di abbattere il muro di silenzio che circonda la vivisezione.

Ognuno di noi è la voce di quegli animali prigionieri e di cui pretendiamo la liberazione. Ognuno di noi deve essere uno spiraglio di conoscenza per chi ci sta attorno, una scintilla per il cambiamento.
Non è più il momento di rimandare o di delegare: è ora di agire per la liberazione.

Nelle prossime ore dagli stabulari di Farmacologia verranno diffuse continuamente fotografie, filmati, dichiarazioni e scritti. Le persone che hanno deciso di mettersi in gioco per quest’azione saranno fianco a fianco degli animali per molto tempo e non vogliono andarsene lasciandoli in quel laboratorio.
Possiamo liberarli solo grazie all’aiuto di tutti e tutte voi.

Aiutaci ad abbattere il muro di silenzio: vieni ad aiutarci di persona all’assedio del laboratorio, diffondi le foto, i video e i comunicati. Creiamo insieme un’onda di attenzione che possa abbattere le difese dei vivisettori!

Segui costanti aggiornamenti sui nostri canali:

Facebook: https://www.facebook.com/controgreenhill

Twitter: https://twitter.com/FermareGH

Contro lo specismo – Per la liberazione animale
Coordinamento Fermare Green Hill


venerdì 15 marzo 2013

STOP AI TEST COSMETICI SUGLI ANIMALI, UNA VITTORIA ATTESA A LUNGO


11 Marzo 2013, una data attesa per 23 anni.
E' questo, infatti, il tempo che ci è voluto perché fosse finalmente messa la parola fine ai test su animali in ambito cosmetico in Europa.
L'iter che ha portato a questo risultato è stato travagliato e ricco di proroghe, promesse non mantenute, rinvii dell'ultimo minuto e colpi di scena. Sono stati, per le associazioni animaliste europee, 23 anni di battaglie scanditi da manifestazioni, marce, petizioni, lunghe attese per le votazioni del Parlamento Europeo, delusioni e speranze.

La Direttiva 2003/15 impone il divieto di sperimentare su animali, o importare, anche gli ingredienti oltre ai prodotti cosmetici: un traguardo che ha rischiato di slittare ulteriormente, con l'ipotesi di una proroga di ulteriori 10 anni. Questa prospettiva è stata fortunatamente vanificata grazie all'impegno delle associazioni animaliste e all'indignazione dell'opinione pubblica; una vittoria che, ci si auspica, possa presto portare a una ricerca senza animali a tutti i livelli, anche in campo didattico e medico/farmaceutico.
La LAV ha celebrato questa giornata speciale con una conferenza stampa e un brindisi a Roma, in piazza del Pantheon-piazza non scelta a caso poiché ha visto le prime manifestazioni antivivisezioniste su questo tema.
Gianluca Felicetti e Michela Kuan
Con la LAV erano presenti anche alcune aziende che hanno fatto della loro etica antivivisezionista una politica aziendale, ricordando l'importanza dello Standard Internazionale "Stop ai test su animali". Il bando ai test cosmetici sugli animali, ha ricordato Gianluca Felicetti, è stato salutato con entusiasmo dall'UNIPRO (Associazione Italiana delle Imprese Cosmetiche) che lo ha definito come portatore di benefici per tutti, aziende comprese.
Molto importante è il divieto di importazione da paesi terzi di ingredienti testati, ha sottolineato Michela Kuan-responsabile LAV Vivisezione- perché in questo modo anche i paesi non appartenenti all'UE (due realtà di peso sono Cina e Usa) dovranno fare i conti con un mercato, quello Europeo, che imporrà loro un cambiamento nelle metodologie di produzione. Una ricerca senza animali è doverosa e anche possibile, con più di 20.000 materie prime, in campo cosmetico, disponibili sul mercato senza bisogno di test.
Non ci sono più scuse e il mercato dovrà seguire questa strada, finalmente etica e pienamente rispettosa di ogni essere vivente. 



Michela Kuan
 biologa e responsabile settore vivisezione LAV
Gianluca Felicetti racconta come tutto sia iniziato 23 anni fa, nell'incredulità generale e nello stupore di tanta parte dell'opinione pubblica, allora ignara della sofferenza che si celava dietro tanti prodotti dell'industria cosmetica. Negli anni, grazie al costante impegno del movimento per i diritti animali e al pionerismo di alcune aziende coraggiose che hanno creduto nei metodi sostitutivi alla sperimentazione animale, è stato possibile vincere questa piccola grande battaglia. E qualcosa, da allora, è indubbiamente cambiato; lo hanno capito anche gli "addetti ai lavori" che, per la prima volta, sono costretti a riconoscere le istanze antivivisezioniste come qualcosa di forte e corale e non più come le rivendicazioni di pochi visionari. Aggiunge Felicetti: "Questo traguardo, unito al positivo decorso giudiziario contro Green Hill e alla recente dichiarazione della Menarini-RTC che ha rinunciato alla sperimentazione su otto beagle, ci danno la forza per urlare, ancora di più, il nostro no alla vivisezione e pretendere che non vengano più autorizzati esperimenti basati sulla crudeltà e su un business economico a scapito, oltretutto, di una rigorosa e utile ricerca per l'uomo".
La vivisezione è un business al quale è tempo di far fare, tutti insieme, corto circuito: lo dobbiamo ai 150 milioni di animali allevati, utilizzati e uccisi per fini sperimentali ogni anno nel mondo
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